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L’ENCICLICA SOCIALE DI BENEDETTO XVI: LE PAROLE E I FATTI Stampa E-mail
sabato 22 agosto 2009
AnteprimaNulla di nuovo sotto il cielo. Il papa tedesco ripropone la solita formula caritativa, che lascia inalterati i rapporti tra ricchi e poveri, anzi, secondo qualche interprete “autorizzato”, si richiama ad un modello economico medievale, precisamente trecentesco: quello francescano. Il comunismo rimane l’unico strumento per cambiare veramente la società e ristabilire l’uguaglianza tra gli uomini.

Assistiamo giornalmente all’accorrere di tanti medici, famosi e non, al capezzale del grande malato, l’economia mondiale, alias il sistema capitalistico in versione liberista (che è poi quella che più gli si addice). E giù tutti a suggerire ricette e formule atte a frenare la “deregulation” e a far rientrare il sistema in binari “normali”, tali che gli assicurino la sopravvivenza e non lascino a pancia vuota le grandi masse di produttori (lavoratori)-consumatori. Il capitalismo, si sa, è soggetto a crisi cicliche, ma alla fine le leggi economiche che stanno alla base di esso aggiustano tutto, e la barca continua ad andare, alla faccia dei tanti morti e feriti. E’ un po’ come le guerre, con cui i potenti della terra aggiustano i loro contrasti di interesse. E poi la parentesi si chiude, e chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto – Semplice no?

Naturalmente noi non condividiamo questa visione di una onnipotenza del capitalismo, né di una pretesa oggettività delle cosiddette leggi economiche. In fondo il protagonista della storia è l’uomo, e il modo come gli uomini si atteggiano di fronte alla realtà è quello che conta. Tutto sta ad esser dentro alla dialettica delle forze che operano nella storia, ed esserci nel modo più opportuno. E’ il discorso della famosa (e dimenticata) lotta di classe, che c’è in ogni caso. E che bisogna saper condurre.

Quel che occorre è capire come vanno le cose ed attrezzarsi per essere parte dei processi, ed operare perché essi vadano in una certa direzione. E’ qui che si innesta l’esigenza imprescindibile dell’autonomia della classe operaia e delle altre classi sfruttate. E si pone, nel caso nostro, il problema di quel partito, il Partito comunista, guida e referente della lotta di classe, del quale c’è urgente bisogno, se non si vuole che prevalga la logica degli altri, di quelli che causano le crisi, e le governano per raggiungere determinati fini, e che a pagarle siano sempre gli stessi, con la povertà, la disoccupazione e quant’altro.

Ma torniamo ai medici di cui si diceva. Questa volta ce n’è uno più autorevole degli altri, Benedetto XVI, che, nella sua veste di Pontefice della Chiesa di Roma, ha il privilegio di essere detentore e custode delle verità, o meglio della “verità”, eterna, che è stata dettata una volta per tutte. Almeno questo è il presupposto dell’autorità di chi siede sulla cattedra di Pietro ed è – o presume di essere – depositario del “verbo”, o parola di Dio. E ce lo ricorda il titolo stesso della sua ultima enciclica: “Caritas in veritate” (potenza delle parole, o della “parola”!). Il tema affrontato  è quello sociale, sulla scorta delle encicliche degli augusti predecessori, prima fra tutte la “Rerum novarum” di Leone XIII, con la quale la Chiesa, trovatasi di fronte alla grande realtà del movimento socialista – e allo scopo di frenarne l’avanzata – escogitò una sua “dottrina sociale”.

Non è nostro intento addentrarci nei meandri dell’impianto teologico del documento papale, che peraltro appare ripetitivo e, diciamolo pure, un po’ stucchevole, né esaminare le varie proposizioni con cui il Pontefice affronta dettagliatamente il merito delle grandi questioni economiche sul tappeto nell’attuale fase di globalizzazione. Lo hanno fatto e lo faranno commentatori ben più autorevoli. Tra questi abbiamo notato, sfogliando un numero recente di “Famiglia Cristiana”, l’attuale presidente dello IOR, la famosa – o famigerata – banca vaticana, quella del fu mons. Marcinkus, che il Vaticano sottrasse a suo tempo ai rigori della giustizia italiana, in cui era incappato per via dei gravissimi reati da lui commessi proprio nella gestione di quella banca. Tra le righe della sua intervista esaltatoria (naturalmente), leggiamo che “il Papa ha recepito in modo corretto e limpido i pensieri condivisi oggi dagli economisti [capitalisti, nda] che guardano al sociale, soprattutto nel campo della globalizzazione, dell’imprenditorialità, della finanza”, certo “in particolare per quel che riguarda i rapporti tra mondo opulento [che non viene messo di per sé in discussione, nda] e mondo dei poveri”.

I poveri vanno aiutati  (a parole), ma i ricchi non vanno toccati più di tanto: già, la carità. Direbbe il Manzoni: “Cui fu donato in copia / doni con volto amico”. L’amore, grande protagonista di questa enciclica, non si nega a nessuno. Anche i padroni responsabili delle morti sul lavoro “amano” i loro sottoposti. Un altro articolo dello stesso numero di “Famiglia Cristiana” contiene un’intervista all’economista (sempre come sopra) Stefano Zamagni, che – scrive il settimanale – “ha collaborato in buona misura all’enciclica di Benedetto XVI”. Meglio di lui… L’articolo reca il titolo (virgolettato) “Altro che Marx, la sua [quella del Papa, nda] è la vera rivoluzione”. O esecrando (“sacer”) abuso delle parole! “L’enciclica propone – dice sempre il sullodato economista – un modello ben preciso: l’economia civile”, che dovrebbe sostituire l’economia classica, ispirandosi – udite, udite! – “al Trecento e dintorni”, in quanto l’economia è “figlia del francescanesimo”. Difatti, prima di Adam Smith c’è stata la “grande scuola francescana”, che “vuole combattere la miseria in modo che l’uomo si dedichi senza problemi di sostentamento a Dio”. Già, perché Dio lo si adora meglio a pancia piena.

Noi non abbiamo né la capacità, né la voglia di volare così alto. Ma diciamo molto modestamente: nell’enciclica non mancano considerazioni valide sulle aberrazioni dell’attuale sistema, né proposte degne di essere prese in considerazione. Ma quello che notiamo è che nella condotta della Chiesa cattolica permane la vecchia discrasia tra le parole e i fatti.

Non c’è bisogno di fare un lungo “excursus” storico per notare che ieri come oggi la Chiesa non ha fatto nulla e nulla si propone di fare per mettere sostanzialmente in discussione il sistema dominante, che cerca semmai di edulcorare e di rendere più accettabile. Mentre non ha mancato di lottare con tutti i mezzi ogni movimento di liberazione e di emancipazione delle masse oppresse e dei popoli sfruttati. Se essa avesse messo nella lotta al colonialismo, e alla connessa schiavitù, al fascismo e ai sistemi dittatoriali più sanguinari (da Mussolini, a Hitler, a Batista, a Pinochet, e la lista sarebbe troppo lunga), lo stesso impegno che ha profuso nel lottare il comunismo, in combutta con le centrali della provocazione interna ed internazionale e coi potentati del capitalismo, molto probabilmente non saremmo qui a scontare le amare conseguenze di una crisi – che non è solo economica, ma di civiltà – che minaccia di travolgerci, e a cui la Chiesa non sa opporre altro che un trito buonismo da anime caritatevoli.

Crisi tanto più devastante in quanto è venuto a mancare, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il contrappeso di un movimento, quello comunista, che, con tutti i suoi errori e deviazioni, ha rappresentato, nell’intera storia dell’umanità, l’unico, grande, organico baluardo in difesa degli umiliati e degli offesi sparsi in ogni angolo del globo. Ed è da lì che occorre ripartire, dalla lunga e contrastata esperienza storica del socialismo, per rilanciare l’unica vera alternativa al capitalismo, cioè all’egoismo dei potenti, ai quali non vale fare la predica. Questo è il vero problema.

Non si può essere con chi soffre se non si è contro chi è responsabile dei patimenti.

Certo, l’istituzione Chiesa, col suo gigantesco apparato culturale e rituale, ma anche – aspetto non trascurabile – economico, è durata due millenni. Ma a pro di chi?

Questo il problema storico. Perché la fede, quella è un affare privato di ciascuno. E qui non si sta a discutere di teologia o dell’intima spiritualità delle persone, ma di economia e di vita sociale, cioè del terreno di cui tutti si è partecipi e con cui tutti ci si deve misurare.

E in questa materia vale quello che si dice, ma vale soprattutto quello che si fa, vale con chi si è e per che cosa si è.

 

Domenico Catalfamo  

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