Nel ventesimo anniversario del crollo del muro di Berlino, le televisioni occidentali ci hanno propinato le immagini del popolo in festa nella capitale tedesca. Ma che cosa c’è dietro il mondo virtuale? Fame, disperazione e delusione in tutto l’Est europeo. Almeno un milione di persone sono morte di stenti.
Uno degli strumenti fondamentali che furono utilizzati dal capitalismo occidentale per far crollare i regimi comunisti dell’Est europeo fu rappresentato dalla martellante propaganda televisiva. Se ce ne fosse bisogno, una conferma è venuta dal ventesimo anniversario del crollo del muro di Berlino. E’ bastato trasportare nella capitale tedesca alcune migliaia di persone (compresi i giovani “azzurri” di Berlusconi) per far credere, attraverso le immagini televisive, ripetute ossessivamente a livello planetario, che l’intero mondo ex socialista era in festa per la riconquistata libertà. La realtà concreta è ben diversa da quella virtuale. Lo dicono chiaramente i dati emersi da studi e sondaggi compiuti da istituti indipendenti, che operano in vari Paesi. Secondo un sondaggio del tedesco Institut Emnid, pubblicato nella “Berliner Zeitung”, la maggioranza dei tedeschi dell’Est rimpiange le conquiste socialiste e considera che l’ex Repubblica Democratica Tedesca (DDR) aveva “più lati positivi che negativi”. Il 49% risponde che “c’era qualche problema, ma nell’insieme vivevamo bene”. Un altro 8% ritiene che “nella DDR c’erano soprattutto aspetti positivi e vivevamo contenti e meglio che nella Germania riunificata di oggi”. In Ungheria, secondo l’istituto tedesco GFK-Hungaria, il 62% dei cittadini considera che l’epoca di Kadar, il dirigente comunista che ha governato il Paese dal 1957 al 1989, è stata “la migliore di tutta la storia ungherese” (era il 53% nell’analogo sondaggio del 2001); mentre il 60% considera i due ultimi decenni, dopo il 1989, “il periodo più infelice di tutto il XX secolo” (era il 48% nel 2001). Secondo un sondaggio svolto da Szonda Ipsos, il 70% degli ungheresi che nel 1989 erano già adulti confessa di essere rimasto deluso dai risultati del cambio di regime. Un sondaggio regionale svolto a settembre dal centro di ricerca americano Pew rivela che solo il 30% degli ucraini si dice favorevole al passaggio alla “democrazia”, quando nel 1991 era il 72%. In Bulgaria e in Lituania, il crollo del numero dei favorevoli al cambio di regime si è fermato poco sopra la metà della popolazione, quando nel 1991 i tre quarti degli abitanti erano favorevoli alla transizione al capitalismo. Il “Corriere della Sera” (23/1/2009), che non può essere certo accusato di simpatie comuniste, riporta i risultati spaventosi di uno studio condotto dall’Università di Oxford, pubblicato dalla più autorevole rivista medica internazionale, “Lancet”, e basato sui dati dell’Unicef dal 1989 al 2002. Lo studio – firmato da David Stuckler, sociologo dell’Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin Mckee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine – sostiene che, a causa della politica di privatizzazione di massa, condotta nei Paesi dell’Est europeo dopo il crollo del comunismo, sono morte un milione di persone. La mortalità è aumentata del 12,8%. Queste stime, se possibile, sono “ottimistiche”. Infatti, l’agenzia Onu per lo sviluppo, l’Undp, nel 1999 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato di 3 milioni di vittime. Nei Paesi dell’Est europeo, quando c’era il comunismo, tutti avevano un lavoro a vita, una casa, l’assistenza sanitaria gratuita, le vacanze. Il venir meno di tutto ciò ha provocato un’impennata di mortalità e una diminuzione dell’aspettativa di vita, che in Russia, tra il 1991 e il 1994, si è accorciata di 5 anni. Altro che “libertà riconquistata”! Altro che Paese dei balocchi! Antonio Catalfamo
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