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AFGHANISTAN: LA MEMORIA LABILE DEL CAPITALISMO OCCIDENTALE Stampa E-mail
venerd 25 settembre 2009
AnteprimaOggi Bin Laden e i talebani, attraverso una martellante campagna mass-mediatica, vengono additati all’opinione pubblica occidentale come banditi sanguinari e trafficanti di droga. Ma i governi capitalistici fanno finta di dimenticare che gli integralisti islamici furono i loro migliori alleati contro le forze progressiste afghane, sostenute dall’Unione Sovietica. Ripercorriamo le tappe fondamentali della storia afghana degli ultimi trenta anni per individuare il vero ruolo dei vari protagonisti.

Solo un’analisi classista, sinora evitata dagli studiosi occidentali, legati al potere, può consentirci di capire la tormentata vicenda storico-politica di un Paese ancora alle soglie del Medioevo, sia dal punto di vista economico-sociale che da quello etico-religioso.

Nell’aprile del 1978, le forze progressiste, raggruppate intorno al Partito democratico del popolo dell’Afghanistan (Pdpa), presero il potere, in seguito ad un colpo di Stato, realizzato dalla parte più avanzata dell’esercito, sostenuta da gruppi di intellettuali e di avanguardia operaia. Subito si scatenò una lotta feroce tra le due ali del Pdpa: quella denominata “Khalq” (“Popolo”), facente capo a Nur Mohammad Taraki e a Hafizullah Amin; quella denominata “Parciam” (“La bandiera”), guidata da Babrak Karmal. Prevalse la prima, caratterizzata dal radicalismo, che, applicando riforme troppo veloci e schematiche, provocò disordini e rivolte. Il processo rivoluzionario rischiava, a questo punto, di essere compromesso.

Nel 1979, l’Unione Sovietica fu costretta ad intervenire in Afghanistan, imponendo alla guida del governo il più moderato Karmal. Chi invocò allora – e invoca tuttora – la democrazia per condannare l’intervento sovietico finge di dimenticare che anche il principe Daud, deposto dai dirigenti del Pdpa, era andato al potere attraverso un colpo di Stato e che è un’astrazione storica di comodo parlare in termini di democrazia borghese con riferimento a un Paese dominato dal feudalesimo e da gruppi tribali, contrapposti in base all’appartenenza etnica.

L’intervento sovietico fu determinato non solo dall’esigenza di aiutare un governo amico, in base ad un trattato di solidarietà e mutua assistenza, ma anche da altre ragioni, che oggi, col senno di poi, ci sembrano più chiare. In Afghanistan operavano gruppi di integralisti islamici, sostenuti dal vicino Pakistan, nell’interesse proprio e per conto degli Stati Uniti d’America, e dall’Arabia Saudita. Sappiamo ora che Bin Laden era di casa fra le file della cosiddetta “resistenza” afghana e che già coltivava il sogno di trasformare il Paese in uno dei capisaldi della sua “rivoluzione” integralista. Gli Usa, per contrastare l’Unione Sovietica e i movimenti progressisti che in essa trovavano un sostegno su scala mondiale, fecero leva sui gruppi etnici e religiosi più retrivi, finanziandoli ed armandoli.  Se oggi queste forze minacciano la pace, ciò è la conseguenza diretta della politica dissennata condotta dai governi nordamericani succedutisi nel tempo, indifferentemente repubblicani o democratici. Ogni mezzo era buono pur di sconfiggere l’Urss e le forze del progresso e del rinnovamento politico e sociale.

Il Pdpa non può essere definito “tout court” un partito di stampo marxista. Esso raggruppava intellettuali di varia origine etnica e sociale, che si proponevano di realizzare la modernizzazione del Paese, utilizzando “anche” gli strumenti forniti dall’ideologia marxista.

La gestione del potere da parte di Babrak Karmal consentì di dare gradualità alle riforme. Il suo era un programma che si poneva l’obiettivo di far uscire l’Afghanistan dalle condizioni di arretratezza cui l’avevano costretto secoli di malgoverno. Tant’è che gli osservatori più obiettivi, quelli che meglio conoscevano la realtà afghana e volevano il bene effettivo del Paese, si espressero a favore del processo di rinnovamento avviato dal Pdpa. In Italia, presero posizione favorevole Gianroberto Scarcia e Giorgio Vercellin, docenti rispettivamente di Iranistica e di Lingua e Letteratura Afghana all’Università Orientale di Venezia. Quest’ultimo, nel volume “Iran e Afghanistan” (Editori Riuniti, Roma, 1986), cita “il giudizio di tutti gli osservatori, locali o stranieri, che conoscono la storia recente dell’Afghanistan e secondo i quali l’attuale gruppo dirigente di Kabul [quello guidato allora da Babrak Karmal, ndr] sta dimostrando con i fatti di essere il migliore che quel Paese abbia avuto negli ultimi trenta anni”.

A proposito dell’ideologia del Pdpa, l’illustre studioso scrive: “Volendo definire l’ideologia e gli scopi del Pdpa, occorre partire dalla definizione che i suoi stessi dirigenti hanno sempre dato alla loro rivoluzione, presentata come democratica e nazionale e tesa a modificare le anacronistiche strutture che ancora dominavano i rapporti sociali nel Paese e a costruire uno Stato laddove esisteva solo un informe mosaico di gruppi e popolazioni sempre in conflitto fra loro. Si trattava e si tratta di mete condivisibili anche da gran parte delle vecchie élites, esclusi ovviamente i capitribù e i latifondisti, vale a dire i tradizionali detentori del potere che non a caso oggi dominano nelle file della resistenza. Negli anni in cui partecipavano direttamente alla gestione del potere, tuttavia, quelle stesse élites non avevano mai avuto la forza, la capacità e forse neppure la volontà di realizzare le poche riforme fondamentali e indispensabili per modificare realmente la società afghana”.

La politica economico-sociale portata avanti dal Pdpa  di Karmal prevedeva: una riforma agraria, che mettesse fine al latifondo, incrementando la produzione cooperativa; l’abolizione dei debiti usurari, pur con delle forme di indennizzo per i creditori; l’emancipazione delle donne, non più vendute agli sposi dai padri, libere di frequentare le scuole pubbliche e dal “chadri” o “burqua”, la “veste prigione”; una campagna di alfabetizzazione, che sottraesse all’ignoranza più totale il 90% della popolazione; l’assistenza sanitaria gratuita per tutti.

Procedendo ad un’analisi classista, è facile dimostrare, dunque, che lo scontro che si ebbe in Afghanistan, dopo l’avvento al potere del Pdpa, vide come protagonisti, da un lato, coloro che volevano proiettare il Paese verso la modernità, rompere con le rigide gerarchie feudali, che costringevano alla povertà e all’analfabetismo la stragrande maggioranza della popolazione, ristabilire, conseguentemente, l’eguaglianza economica e sociale tra i cittadini, creare uno Stato unitario, laddove esistevano solo tribù, l’un contro l’altra armate. Queste forze si raccolsero intorno al Pdpa e furono sostenute dall’Unione Sovietica. Dall’altro lato c’erano i signori feudali defraudati del loro potere e dei loro beni, le forze religiose oscurantiste, i gruppi etnici nomadi (soprattutto “pashtun”), ostili a qualsiasi forma di Stato. Questi ultimi godettero dell’appoggio generoso degli Stati Uniti e del capitalismo occidentale.

Nel 1989 le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Nel 1992, Najibullah, l’ultimo presidente progressista, succeduto a Babrak Karmal, si rifugiò negli uffici ONU a Kabul, per sfuggire alla vendetta dei ribelli islamici che conquistavano la capitale. Il nuovo governo cancellò tutte le riforme. Ma fu presto dominato dalla corruzione e dagli scontri insanabili tra gruppi tribali. Gli Stati Uniti ritennero, dunque, opportuno sbarazzarsene, sostituendolo con una forza oscura, allora poco conosciuta in Occidente, i “talebani”, istruiti nelle scuole coraniche del Pakistan, i quali, nel 1996, entrarono a Kabul e, nonostante si trovasse in una sede diplomatica ONU, sequestrarono Najibullah, gli strapparono gli occhi e i testicoli, mentre era ancora vivo, e, con macabro rituale, esposero in piazza il suo corpo e quello del fratello fino alla putrefazione. Gli Stati Uniti e i governi occidentali non invocarono, in questo caso, la democrazia e i trattati internazionali.

Siamo all’epilogo. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle (11 settembre 2001), il governo nordamericano scopre, tutto d’un colpo, che Bin Laden ha creato in Afghanistan la centrale del “terrore internazionale”. Le truppe statunitensi, spalleggiate da quelle degli altri Paesi occidentali, invadono il Paese e ristabiliscono al potere ( i corsi e i ricorsi della storia!) quei ribelli islamici ch’esse stesse avevano sostituito con i talebani, ora divenuti il “nemico numero uno”.

E’ facile concludere che gli Stati Uniti d’America distorcono e riscrivono la storia in base ai loro interessi del momento.

 Antonio Catalfamo
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