Il ricordo di un compagno semplice, ma generoso, che ha dedicato tutta la sua vita e tutte le sue energie alla causa del comunismo, oggi infangata dai traditori, che sono passati armi e bagagli dalla parte del capitalismo. Ma la battaglia contro il padronato, intrapresa da uomini coraggiosi come Salvatore Nania, continua, per iniziativa dei comunisti di oggi.
Vent’anni fa, il 10 giugno 1989, moriva a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dov’era nato il 22 ottobre 1932, Salvatore Nania, figura adamantina di comunista che aveva dato un contributo eccezionale di dedizione, di intelligenza e di generosità alla ripresa e alla crescita del Partito Comunista Italiano nella sua città negli anni Sessanta e Settanta, dopo la crisi seguita ai successi del dopoguerra. La sua morte coincise col declino e la fine di quel partito, decretata e scientemente perseguita dalla maggioranza dei suoi dirigenti, a livello sia locale che nazionale. Proprio allora giunse a maturazione la scelta irreversibile da parte di costoro di abbandonare gli ideali comunisti, e di rinnegare l’esperienza storica iniziata a Livorno nel 1921 da Gramsci, Togliatti e Terracini, e contrassegnata dai sacrifici e, insieme, dalle conquiste esaltanti di generazioni di militanti. Salvatore Nania, operaio e artigiano di grandissima professionalità e di altissimo profilo morale, dirigente e segretario di sezione, consigliere comunale attivo, tenace e intransigente nel suo ruolo di oppositore al potere democristiano, che esercitò senza concessioni alla pratica del compromesso fino ad apparire settario, soffrì negli ultimi anni, gli anni del cedimento e della viltà, l’isolamento e l’emarginazione nelle file del suo partito, al quale aveva dato tutto, senza nulla pretendere in cambio. Lo ricordiamo organizzatore instancabile delle manifestazioni politiche, delle campagne elettorali, dei comizi nei quartieri, nei quali interveniva con la sua parola chiara ed essenziale, che si sapeva rivolgere alla mente e al cuore degli strati popolari di Barcellona Pozzo di Gotto, delle sue periferie, delle sue campagne. Salvatore Nania metteva a disposizione del partito buona parte delle sue entrate, pagando di tasca propria l’affitto della sezione e financo la benzina per la macchina che, munita di altoparlante, attraversava su e giù le vie cittadine e le strade di tutti i paesi del circondario a portare la voce del partito. Di uomini del genere, interamente dediti alla causa, se ne esistevano un tempo, oggi – lo constatiamo con amarezza – non ne esistono più, anche perché la causa, quella dell’emancipazione di tutti gli sfruttati, è stata abbandonata dalla gran parte di coloro cui immeritatamente era stata affidata. Ma i comunisti non sono finiti, anche se sono ora molto meno numerosi di allora, e sono qui a raccogliere il testimone degli eroi semplici, ma di grande spessore umano, civile e culturale, che, come Salvatore Nania, hanno dato un esempio e una lezione che non possono essere dimenticati. Il loro ricordo, unito alla fermezza delle nostre convinzioni, ci dà la forza per continuare anche per riscattare il carico di dolore che ai migliori è stato imposto ad opera dei responsabili di una tragedia storica senza precedenti. Il comunismo non è finito, perché non può finire la speranza di realizzare un mondo di giustizia e di vera uguaglianza. Domenico Catalfamo Tempesta Turi Nania rampicava come un gatto contro la lastra del cielo. Sfidava il vento come un aquilone senza lacci e fili. Prese il largo senza ascoltare la voce lamentosa della buccina, che chiama a riva le barchette sperdute in mezzo al mare, e non fece ritorno. Antonio Catalfamo (Da “Passato e presente”, Pendragon, Bologna, 1995)
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