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LA LEZIONE DEL ’21: UNITA’ E SALVAGUARDIA DELL’IDENTITA’ COMUNISTA Stampa E-mail
mercoledģ 27 gennaio 2010
AnteprimaIl 21 gennaio 2010, nel Salone degli Specchi della Provincia Regionale di Messina, per iniziativa della Federazione della Sinistra, si è svolto un convegno-dibattito sul tema: “21 gennaio 1921: nasce il Partito Comunista d’Italia. 21 gennaio 2010: riflessioni e prospettive”. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Antonio Catalfamo (Università di Cassino).

Il 21 gennaio 1921 nasceva, al teatro San Marco di Livorno, il Partito comunista d’Italia. A quasi novant’anni di distanza, noi ricordiamo quell’avvenimento, certo con viva commozione, ma anche con quel distacco razionale che è necessario per analizzarlo compiutamente e trarne insegnamenti per il presente e per il futuro.

E’ da sfatare, innanzitutto, il luogo comune, oggi tornato in auge, secondo il quale la nascita del Partito comunista d’Italia fu determinata solo dal desiderio di “fare come in Russia”. Essa fu determinata anche dal giudizio che Gramsci, Togliatti, Terracini e gli altri protagonisti della scissione di Livorno, dopo una lunga analisi, avevano maturato intorno al gruppo dirigente del Partito socialista, ai suoi vizi genetici. Questo partito era ormai diventato una sorta di “circo Barnum”, diviso in mille tendenze e correnti contraddittorie, che ne provocavano l’immobilismo. Era incapace di analizzare seriamente la realtà e di agire di conseguenza. Gramsci ed i suoi compagni erano ben consapevoli di tutto ciò, e questo giudizio totalmente negativo sul Partito socialista determinò la scissione.

Basti qui accennare a due aspetti fondamentali. Il Partito socialista fu incapace di capire il fenomeno incipiente del fascismo, lo sottovalutò tanto da proporre la “pacificazione nazionale” nel momento in cui i fascisti, per converso, davano fuoco alle sezioni dei partiti progressisti, alle Camere del Lavoro, alle sedi delle cooperative. La scissione di Livorno fu determinata anche dalla necessità di un partito che fosse in grado di affrontare il fascismo. Difatti, il Partito comunista fu quello che si oppose con maggiore energia al regime fascista, che da esso fu colpito con l’inflizione, da parte del Tribunale speciale, di decine di migliaia di anni di carcere ai suoi dirigenti ed ai suoi militanti.

Il Partito comunista fu quello che diede il più alto tributo di sangue alla Resistenza e alla Liberazione e che dalla lotta al fascismo uscì maggiormente rafforzato, tanto da divenire, alcuni anni dopo la fine della guerra, il primo partito della sinistra italiana. E’ questa la prova più efficace della giustezza della scelta di Livorno.

Quanto al secondo aspetto, i socialisti riformisti, in conseguenza della loro cultura positivista di stampo lombrosiano, fornirono una lettura “naturalistica” e, persino, razziale della “questione meridionale”. Gramsci ci dà un’ampia e dettagliata descrizione dei pregiudizi antimeridionali nutriti dal gruppo dirigente riformista del Partito socialista, da Prampolini allo stesso Turati, il quale considerava il Mezzogiorno come  “la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia” e i meridionali come esseri biologicamente inferiori, “dei semibarbari o dei barbari completi”, per “destino naturale”.

Quando il III (giugno-luglio 1921) e il IV Congresso (novembre 1922) dell’Internazionale comunista decisero rispettivamente le politiche del “fronte unico” e del “governo di operai e contadini”, che i partiti comunisti nazionali dovevano realizzare con gli altri partiti del proletariato, Gramsci assunse un atteggiamento di massima prudenza. Egli non voleva rompere, da un lato, con l’Internazionale e, dall’altro, con Bordiga, per non compromettere, in quest’ultimo caso, l’unità del partito italiano. Di fatto, lasciò che prevalesse la linea contraria alla fusione con i socialisti, portata avanti tenacemente, non solo da Bordiga, ma anche da Terracini. Finché tale fusione diventò definitivamente irrealizzabile, per il prevalere, all’interno del Psi, della posizione “autonomista” propugnata da Pietro Nenni.

Son passati quasi novant’anni, dicevo, dalla scissione di Livorno. Ma gli errori che allora compirono le forze riformiste si ripetono quasi uguali. Il Parlamento è stato completamente esautorato dei suoi poteri, si riunisce quattro ore a settimana. Addirittura Fini, nella sua polemica con Berlusconi, tutta dettata da questioni personali e di potere, ha chiuso il Parlamento per una decina di giorni, perché il premier ha dichiarato che non c’era copertura finanziaria per le leggi varate dall’organo legislativo. Non succedeva dai tempi dell’assassinio di Giacomo Matteotti.

Il Partito democratico si muove, in una situazione che presenta segni incipienti di fascismo, come se si fosse di fronte a questioni di ordinaria amministrazione. Tratta con il blocco berlusconiano per giungere ad un piano condiviso di “controriforme”, che intaccano l’impianto democratico della Costituzione. Si fa esso stesso promotore di leggi antidemocratiche, come quella che ha introdotto alle elezioni europee la soglia di sbarramento del 4%, per tener fuori i comunisti dalle istituzioni, come già del resto era avvenuto per la Camera e il Senato.

E’ mia ferma convinzione che l’analisi dell’autoritarismo, quale è venuto affermandosi in Italia, in maniera marcata, nell’ultimo ventennio, è senz’altro parziale. Non è stato approfondito il ruolo svolto da quegli uomini e quelle donne che, dopo aver sciolto il Pci, hanno dato vita al Pds, ai Ds e, ora, al Partito democratico. Si è trattato di un fenomeno inedito e complesso: milioni di persone che, senza alcuna motivazione ideologica, per pragmatismo, si sono spostate in massa, dando vita  a un “partito-contenitore” che aveva il compito di tutelare la somma dei loro egoismi. Un fenomeno che non si può spiegare semplicisticamente. Ma una qualche analisi va pure avviata, fissando alcuni paletti. Serve a gettare nuova luce la recente vicenda della riabilitazione di Bettino Craxi, conseguente alla proposta del sindaco di Milano di dedicargli una via. Subito gli attuali dirigenti del Pd si sono affannati a concorrere con la destra nella corsa frenetica a ridare dignità politica al leader socialista, condannato a qualche decennio di galera nell’ambito di “Tangentopoli”. Mi limito a richiamare alcune dichiarazioni di Fassino e di Epifani, riportate dalla stampa, secondo le quali Craxi fu un “grande riformatore”, un “grande leader politico socialdemocratico”, un “capro espiatorio” nell’ambito di “Tangentopoli”. E qui basti ricordare che l’ex segretario del Psi si legò mani e piedi a Gelli e alla P2 e fu uno degli strumenti per realizzare il “Piano di rinascita democratica”, che queste forze oscure si proponevano di attuare – e che poi effettivamente è stato attuato nella cosiddetta “Seconda Repubblica” –, per comprendere quanto siano pericolose le affermazioni di Fassino e di Epifani e quanto sia pericoloso per la democrazia italiana il loro partito.

La “questione meridionale” è stata sostituita da una presunta “questione settentrionale”, agitata dalla Lega, che riscuote ampi consensi nell’ambito del Pd, tanto che quest’ultimo si è astenuto allorquando è stata votata la legge che introduce il “federalismo fiscale”, strumento che rischia di ridurre alla fame il Mezzogiorno d’Italia.

Le Tesi di Lione, che riflettono il pensiero gramsciano, se sottoposte ad un’analisi seria e profonda, ci forniscono elementi importanti per la nostra azione politica odierna. In esse si sottolinea il pericolo che la prospettiva del cambiamento radicale della società venga smarrita, inseguendo obiettivi parziali, quella che oggi alcuni, anche in mezzo a noi, chiamano pragmaticamente la “soluzione dei problemi concreti”. L’orizzonte comunista della nostra azione rischia di sparire.

Gramsci immaginava un partito che, espandendosi sempre più all’interno della società capitalistica, finisse per abbatterla, conquistando l’egemonia politica e culturale. Purtroppo nei fatti è successo che la società capitalistica ha assorbito il Partito comunista italiano, che si è sempre più snaturato, fino a sciogliersi, per volontà della sua maggioranza. Il nostro compito è quello di recuperare il carattere alternativo ed antisistema che ispirò il Partito comunista d’Italia alla sua nascita. Le Tesi di Lione ci avvertono anche della necessità che il Partito comunista non perda la propria identità e che aderisca solo ad alleanze nell’ambito delle quali può esercitare la propria egemonia.

Mi pare che l’attualità dell’impianto teorico gramsciano, che sta alla base della nascita del Partito comunista in Italia e del suo radicamento sul territorio, non sia venuta meno, e che costituisca, al contrario, un punto di riferimento obbligato per tutti noi.

Certo, l’esperienza sovietica si è conclusa tragicamente per tutta una serie di limiti e di errori, individuali e collettivi. Ma si tenga conto dell’azione dell’avversario. E forse oggi abbiamo maggiori elementi per capire la portata di questa azione e l’ampiezza dei mezzi che sono stati utilizzati. E’ necessario, inoltre, riconoscere i meriti e i risultati di quell’esperienza, che spesso vengono dimenticati, a causa del prevalere di logiche dissacratorie. Va ricordato, infine, che le difficoltà del processo rivoluzionario nell’Unione Sovietica sono dipese pure dal fatto che la rivoluzione socialista non è scoppiata nell’Europa Occidentale. Qui dalla critica dovremmo passare all’autocritica.

Un ultimo pensiero vada ai compagni che, in questo momento, in varie parti del mondo, anche nel cuore dell’Europa – segnatamente in Polonia e, nuovamente, nella Repubblica Ceca – , sono in carcere, perché il Partito comunista è stato messo fuorilegge. Il coraggio, il sacrificio di questi uomini d’acciaio ci deve spingere ad indirizzare le nostre energie verso la nascita di un solo Partito comunista in Italia.

  Antonio Catalfamo

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