La figura di Giuseppe Di Vittorio rievocata attraverso l’immagine che ne ebbero i contadini comunisti che frequentavano la Camera del Lavoro di un paese della Sicilia. Proponiamo qui di seguito un poemetto dedicato da Antonio Catalfamo al mitico segretario generale della CGIL e compreso nel volume “Frammenti di memoria” (Nicola Teti editore, Milano, 2009).
I proto-comunisti del mio paese non conoscevano affatto Di Vittorio. Don Mico Cireneo era pastore analfabeta. Viaggiava di notte per raggiungere i pascoli, scavalcava briganti addormentati sui sentieri tortuosi. Non so come giunse a lui il comunismo, attraverso i monti e le fiumare. Nessun dio gli parlò. Parlò l’uomo eterno ideale ch’era in lui, che lottava e gemeva e reclamava giustizia davanti agli altri uomini. Mastr’Antonino barbiere la domenica radeva i contadini che scendevano dai boschi. Faceva i salassi, le punture ai malati. Leggeva libri col prezioso stupore del bambino che guarda la mosca imprigionata nel bicchiere: cercava l’uomo e trovò il comunismo, come Di Vittorio. Il vento spazzava vico Molinella, trasmetteva intermittente l’eco di greggi lontani, in eterno, inutile cammino nella storia. Peppe Lasagna rievocava gesta garibaldine di ascendenti disperati, ch’ebbero in dono terre demaniali. Maria Longa guidò la rivolta delle donne per il pane e contro la guerra. Andarono al municipio e ruppero i vetri. Ma il fascismo imperava ancora nei feudi, attraverso i fattori, i campieri, i “cappelli”, i “mezzi cappelli”, i caporali, la violenza e i torbidi sessuali. Il comunismo è il pane bianco contro il pane nero, urlava al Botteghino l’ufficiale postale e la gente tirava dritto rassegnata. I morti li portavano sulle scale, talvolta cadevano nei crepacci. Mio zio Peppino Sipio, il fazzoletto rosso al collo, andava alla fiera per vendere i buoi. Litigava col padrone nel dividere i soldi. Buttava per terra la coppola e ci pestava sopra. I riti ancestrali del sangue e del fuoco giungevano puntuali a rendere giustizia. Bruciavano nella notte le messi dell’orfanotrofio e lui sognava la rivoluzione. Non conosceva Di Vittorio, ma Di Vittorio c’era. Impararono a conoscerlo i braccianti del mio paese: il suo volto olivastro campeggiava sulle pareti della Camera del Lavoro dietro un vetro rotto da mano anonima. La vecchia Olivetti 22 sparava raffiche di mitra, bruciava nastri di cartucce. I tasti, come pistoni, andavano su e giù a ritmo frenetico, coprivano distanze siderali, geografiche e sociali. Nuove parole entrarono nel lessico comune: contributi, assegni familiari, disoccupazione involontaria, assistenza sanitaria. Parole arcane, che Di Vittorio, con pazienza di angelo commovente, insegnò a noi e noi agli altri. I “cappelli” reagirono con veemenza: i capisquadra mafiosi minacciarono gli operai forestali. Sgozzarono capre per vendetta. Un esercito di muli viaggiò silenzioso lungo i tratturi, bucò l’alba con torce di resina. Le urne s’impinguarono, come favi di miele, dei nostri simboli semplici, tracciati con mano incerta. Ora Di Vittorio c’era e si vedeva. Il prete sbarrò le porte della chiesa ai morti comunisti. Al bar leggeva la scomunica e fumava. La battola singhiozzante annunciava la messa. Le beghine facevano il segno della croce, veneravano san Silvestro, credendo che fosse san Carlo Borromeo. Ripetevano a memoria preghiere senza senso: reca materna donna bisòdia chelusperpé lucetés. Riempivano di oboli votivi la cartucciera della Vergine nera. Peppe Trelire imparò a leggere sillabando «L’Unità» e Di Vittorio fu il suo maestro di tenacia antelucana. Il comunismo fu studio, uova fritte e vino consumati in fretta alla scuola di partito, tra una lezione di teoria marxista e un laboratorio di scrittura ante litteram. Manipoli di fascisti occupano la piazza. Gli eredi degli schiavi cantano canzoni coloniali. Donnine allegre squittiscono come scimmie ubriache. Tutt’intorno silenzio. Nei campi incolti tace il canto della capuana. Dobbiamo parlare, parlare, parlare, rompere la crosta, superare la nostra solitudine e le altre. Dobbiamo scrivere, scrivere, scrivere, a dispetto dei poeti illusionisti, che cancellano i pitali alle marchese. Riacquistare la dimensione protologica, rivivere i miti del passato. Andare indietro con la mente, andare avanti, sognare ad occhi aperti. Irridere ai riti tempestari, ai diavoli meridiani, che insidiano la castità di Ciccina Babbalea. Rioccupare gli spazi in lunghe cavalcate. Praticare l’ottimismo che aggrotta la fronte, riflettere e lottare, come Di Vittorio. Il comunismo non è morto, come le lucciole della nostra infanzia. Si accendevano e si spegnevano, al buio, e noi recitavamo la poesia imparata a scuola. Cesseranno i carnevali delle idee, i cantimbanchi riporranno nella scatola i topi di cera. E il figlio del calzolaio tornerà a farvi le scarpe.
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