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QUANDO INCONTRAMMO DI VITTORIO Stampa E-mail
gioved 25 marzo 2010
AnteprimaLa figura di Giuseppe Di Vittorio rievocata attraverso l’immagine che ne ebbero i contadini comunisti che frequentavano la Camera del Lavoro di un paese della Sicilia. Proponiamo qui di seguito un poemetto dedicato da Antonio Catalfamo al mitico segretario generale della CGIL e compreso nel volume “Frammenti di memoria” (Nicola Teti editore, Milano, 2009).

I proto-comunisti del mio paese

non conoscevano affatto Di Vittorio.

Don Mico Cireneo era

pastore analfabeta.

Viaggiava di notte

per raggiungere i pascoli,

scavalcava briganti addormentati

sui sentieri tortuosi.

Non so come giunse a lui

il comunismo,

attraverso i monti e le fiumare.

Nessun dio gli parlò.

Parlò l’uomo eterno ideale

ch’era in lui,

che lottava e gemeva

e reclamava giustizia

davanti agli altri uomini.

 

Mastr’Antonino barbiere

la domenica radeva i contadini

che scendevano dai boschi.

Faceva i salassi,

le punture ai malati.

Leggeva libri

col prezioso stupore

del bambino che guarda

la mosca imprigionata

nel bicchiere:

cercava l’uomo

e trovò il comunismo,

come Di Vittorio.

Il vento spazzava

vico Molinella,

trasmetteva intermittente

l’eco di greggi lontani,

in eterno, inutile cammino nella storia.

 

Peppe Lasagna rievocava

gesta garibaldine

di ascendenti disperati,

ch’ebbero in dono

terre demaniali.

Maria Longa guidò

la rivolta delle donne

per il pane e contro la guerra.

Andarono al municipio

e ruppero i vetri.

Ma il fascismo imperava ancora

nei feudi, attraverso i fattori,

i campieri, i “cappelli”,

i “mezzi cappelli”, i caporali,

la violenza e i torbidi sessuali.

Il comunismo è il pane bianco

contro il pane nero,

urlava al Botteghino

l’ufficiale postale

e la gente tirava dritto rassegnata.

I morti li portavano sulle scale,

talvolta cadevano nei crepacci.

 

Mio zio Peppino Sipio,

il fazzoletto rosso al collo,

andava alla fiera

per vendere i buoi.

Litigava  col padrone

nel dividere i soldi.

Buttava per terra la coppola

e ci pestava sopra.

I riti ancestrali del sangue e del fuoco

giungevano puntuali

a rendere giustizia.

Bruciavano nella notte

le messi dell’orfanotrofio

e lui sognava la rivoluzione.

Non conosceva Di Vittorio,

ma Di Vittorio c’era.

  

Impararono a conoscerlo

i braccianti del mio paese:

il suo volto olivastro campeggiava

sulle pareti della Camera del Lavoro

dietro un vetro rotto da mano anonima.

La vecchia Olivetti 22 sparava

raffiche di mitra,

bruciava nastri di cartucce.

I tasti, come pistoni,

andavano su e giù

a ritmo frenetico,

coprivano distanze siderali,

geografiche e sociali.

Nuove parole entrarono

nel lessico comune:

contributi, assegni familiari,

disoccupazione involontaria,

assistenza sanitaria.

Parole arcane,

che Di Vittorio,

con pazienza di angelo commovente,

insegnò a noi e noi agli altri.

 

I “cappelli” reagirono con veemenza:

i capisquadra mafiosi minacciarono

gli operai forestali.

Sgozzarono capre

per vendetta.

Un esercito di muli viaggiò

silenzioso lungo i tratturi,

bucò l’alba con torce di resina.

Le urne s’impinguarono,

come favi di miele,

dei nostri simboli semplici,

tracciati con mano incerta.

Ora Di Vittorio c’era

e si vedeva.

 

Il prete sbarrò le porte della chiesa

ai morti comunisti.

Al bar leggeva la scomunica

e fumava.

La battola singhiozzante

annunciava la messa.

Le beghine facevano il segno della croce,

veneravano san Silvestro,

credendo che fosse san Carlo Borromeo.

Ripetevano a memoria

preghiere senza senso:

reca materna

donna bisòdia

chelusperpé lucetés.

Riempivano di oboli votivi

la cartucciera della Vergine nera.

Peppe Trelire imparò a leggere

sillabando «L’Unità»

e Di Vittorio fu il suo maestro

di tenacia antelucana.

Il comunismo fu studio,

uova fritte e vino

consumati in fretta

alla scuola di partito,

tra una lezione di teoria marxista

e un laboratorio di scrittura

ante litteram.

 

Manipoli di fascisti occupano la piazza.

Gli eredi degli schiavi

cantano canzoni coloniali.

Donnine allegre squittiscono

come scimmie ubriache.

Tutt’intorno silenzio.

Nei campi incolti tace

il canto della capuana.

Dobbiamo parlare, parlare, parlare,

rompere la crosta,

superare la nostra solitudine e le altre.

Dobbiamo scrivere, scrivere, scrivere,

a dispetto dei poeti illusionisti,

che cancellano i pitali

alle marchese.

Riacquistare la dimensione protologica,

rivivere i miti del passato.

Andare indietro con la mente,

andare avanti, sognare ad occhi aperti.

Irridere ai riti tempestari,

ai diavoli meridiani,

che insidiano la castità

di Ciccina Babbalea.

Rioccupare gli spazi

in lunghe cavalcate.

Praticare l’ottimismo

che aggrotta la fronte,

riflettere e lottare,

come Di Vittorio.

 

Il comunismo non è morto,

come le lucciole

della nostra infanzia.

Si accendevano

e si spegnevano,

al buio,

e noi recitavamo la poesia

imparata a scuola.

Cesseranno i carnevali delle idee,

i cantimbanchi riporranno

nella scatola

i topi di cera.

E il figlio del calzolaio

tornerà a farvi le scarpe.

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