Pubblichiamo qui di seguito una breve rassegna di poesie dedicate da scrittori italiani e stranieri al comunismo e, in generale, al mondo del lavoro, allo sfruttamento, alla libertà perduta e riconquistata.
Lode del comunismo (Bertold Brecht) E’ ragionevole, chiunque lo capisce: è facile. Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere. Va bene per te, informatene. Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio. E’ contro il sudiciume e contro l’idiozia. Gli sfruttatori lo chiamano delitto. Ma noi sappiamo: è la fine dei delitti. Non è follia ma invece fine della follia. Non è il caos ma l’ordine, invece. E’ la semplicità che è difficile a farsi. Un fantasma corre l’Europa (Rafael Alberti) Un fantasma corre l’Europa…(Karl Marx) …E le vecchie famiglie chiudono le finestre, assicurano le porte, e il padre corre al buio alle Banche, il polso gli si ferma in Borsa e sogna di notte falò, greggi che ardono, che invece di raccolto ha fiamme, che invece di chicchi ha scintille, casse, casseforti piene di faville. Dove sei, dove sei? I contadini passano calpestando il nostro sangue. Cosa c’è? – Chiudiamo, chiudiamo subito le frontiere. Vedete come avanza in fretta sul vento dell’Est, dalle rosse steppe della fame. Che non odano la sua voce gli operai, che il suo fischio non penetri nelle fabbriche, che non scorgano la sua falce levata gli uomini dei campi. Fermatelo! Perché scavalca i mari, percorre l’intera geografia, si nasconde nelle stive delle navi e parla ai fuochisti, e neri di fuliggine li fa salire in coperta, e fa che l’odio e la miseria si sollevino e gli equipaggi si ammutinino. Sbarrate, sbarrate le carceri! La sua voce cozzerà contro i muri. Che cos’è? – Ma noi lo seguiamo, lo facciamo scendere dal vento dell’Est che lo porta, gli facciamo domande sulle rosse steppe della pace e del trionfo, lo facciamo sedere alla mensa del povero contadino, lo presentiamo al padrone della fabbrica, lo facciamo presiedere gli scioperi e le manifestazioni, parlare coi soldati e coi marinai, vedere i piccoli impiegati negli uffici, e alzare il pugno gridando nei Parlamenti dell’oro e del sangue. Un fantasma corre l’Europa, il mondo. Noi lo chiamiamo compagno. Canto d’amore a Stalingrado (Pablo Neruda) Nella notte il contadino dorme, ma la mano sveglia, affonda nelle tenebre e chiede all’aurora: alba, sole del mattino, luce del giorno che viene, dimmi se ancora le mani più pure degli uomini difendono la rocca dell’onore, dimmi aurora, se l’acciaio sulla tua fronte rompe la sua forza, se l’uomo rimane al suo posto, e il tuono al suo posto, dimmi, chiede il contadino, se la terra non ode come cade il sangue degli eroi arrossati, nell’immensa notte terrestre, dimmi se ancora sopra l’albero sta il cielo, dimmi se ancora risuonano spari a Stalingrado. E il marinaio in mezzo al mare tremendo scruta le umide costellazioni, e una ne cerca, la rossa stella della città ardente, e scopre nel suo cuore quella stella che brucia, e quella stella d’orgoglio le sue mani vogliono toccare, quella stella di pianto creata dai suoi occhi. Città, stella rossa, dicono il mare e l’uomo, città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure, chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato, e che la notte tremi con lo splendore cupo dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade. E lo spagnolo ricorda Madrid e dice: sorella, resisti, capitale della gloria, resisti: dal suolo si alza tutto il sangue sparso dalla Spagna, e per la Spagna si solleva nuovamente, e lo spagnolo chiede, già contro il muro delle fucilazioni, se Stalingrado vive; e c’è nel carcere una catena d’occhi neri che bucano le pareti col tuo nome, e la Spagna si scuote col tuo sangue e i tuoi morti, perché le offristi l’anima tua, Stalingrado, quando partoriva la Spagna eroi come i tuoi. Conosce la solitudine, la Spagna: come oggi conosci la tua, Stalingrado. La Spagna strappò la terra con le unghie quando Parigi era bella più che mai. La Spagna dissanguava il suo immenso albero di sangue quando Londra, come Pedro Garfias ci racconta, pettinava le sue aiuole, i suoi laghi di cigni. Oggi di più conosci questo, forte vergine, oggi, Russia, di più conosci la solitudine e il freddo. Mentre migliaia di obici squarciano il tuo cuore, mentre gli scorpioni con crimine e veleno, accorrono, Stalingrado, a mordere le tue viscere, New York balla, Londra medita, e io dico “merde”, perché il mio cuore non resiste più e i nostri cuori non resistono più, non resistono in un mondo che lascia morire soli i suoi eroi. Li lasciate soli? Ora verranno per voi. Li lasciate soli? Volete che la vita precipiti alla tomba, e il sorriso degli uomini sia cancellato dalla latrina e dal calvario? Perché non rispondono? Volete più morti sul fronte dell’Est finché riempiano tutto il vostro cielo? Ma allora non vi resta che l’inferno. Già si stanca di piccole prodezze il mondo, dove al Madagascar i generali, con eroismo, uccidono cinquantacinque scimmie. Il mondo è stanco di congressi autunnali, ancora con un ombrello a presidente. Città, Stalingrado, non possiamo giungere alle tue mura, siamo lontani. Siamo i messicani, siamo gli araucani, siamo i patagoni, siamo i guaranì, siamo gli uruguaiani, siamo i cileni, siamo milioni d’uomini. E abbiamo altra gente, per fortuna, nella famiglia, ma non siamo ancora venuti a difenderti, madre. Città, città di fuoco, resisti finché un giorno arriveremo, indiani naufraghi, a toccare le tue muraglie con un bacio di figli che sperano di tornare. Stalingrado, non c’è un Secondo Fronte, però non cadrai anche se il ferro e il fuoco ti mordono giorno e notte. Anche se muori non morirai! Perché gli uomini ora non hanno morte e continuano a lottare anche quando sono caduti, finché la vittoria non sarà nelle tue mani, anche se sono stanche, forate a morte, perché altre mani rosse, quando le vostre cadono, semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi, perché il tuo seme colmi tutta la terra. Portatori di luce (Nazim Hikmet) Questo, quell’altro, e questi e anche quegli altri. Tutti quelli che sono là, e la metà di questi qui: il fuochista, la figlia del fuochista, la moglie del fuochista, e quel macchinista di locomotiva e questo capotreno, e l’operaio specializzato, non quello che si è inchinato al padrone, ma un altro, e quei due marinai in blusotti ampi quanto il mare. Tutt’è due, questa e quella, le cui dita si sono conficcate come aghi nel cucito, e questo, che spinge il sole lungo le strade montane – da una all’altra – empiendosi di sassi i sandali da bracciante, e lo scrittore, che pensa con pensieri di Marx e guarda con gli occhi di Lenin, infine, il poeta che scrive questa poesia, tutti loro. Questi, e questi altri, e quelli, e quelli là, e altri ancora, coronati dalla falce e dal martello, tutti loro nell’aurora sono i portatori di luce! La rosa (Ho Chi Minh) La rosa s’apre, la rosa appassisce senza sapere quello che fa. Basta un profumo di rosa smarrito in un carcere perché nel cuore del carcerato urlino tutte le ingiustizie del mondo. Il circo chiuso (Ghiannis Ritsos) Il primo mese vietarono la circolazione dei mezzi pubblici e gli spettacoli. Non si vide una nave. Il circo chiuso, naturalmente, ne risentì più di noi tutti. Un giorno uscirono i due piccoli pagliacci, con gli abiti a losanghe ancor più larghi, a losanghe multicolori, coi nasi infarinati e le lacrime dipinte; davano spettacoli in mezzo alla strada, raccoglievano qualche soldo col tamburello; ma nessuno rideva. E allora quelli piangevano davvero, gli si cancellavano le lacrime dipinte, gli s’imbrattavano i visi. Una sera, li arrestarono, gli legarono le mani, li trascinarono nel grande edificio. Il giorno dopo, al nostro risveglio, il cielo era coperto, sulla piazza non c’erano più le tende, le gabbie, i carri. Solo un ragazzo trovò sotto gli alberi una barba finta inzuppata. Se la mise con esitazione. “La terrò perla festa di San Basilio”, disse. Alla bandiera rossa (Pier Paolo Pasolini) Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, tu devi realmente esistere, perché lui esista: chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante, il napoletano calabrese, il calabrese africano, l’analfabeta una bufala o un cane. Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli. Teatro degli Artigianelli (Umberto Saba) Falce martello e la stella d’Italia ornano nuovi la sala. Ma quanto dolore per quel segno su quel muro! Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo. Saluta al pugno, dice sue parole perché le donne ridano e i fanciulli che affollano la povera platea. Dice, timido ancora, dell’idea che gli animi affratella; chiude: “E adesso faccio come i tedeschi: mi ritiro”. Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro rosseggia parco ai bicchieri l’amico dell’uomo, cui rimargina ferite, gli chiude solchi dolorosi; alcuno venuto qui da spaventosi esigli, si scalda a lui come chi ha freddo al sole. Questo è il Teatro degli Artigianelli, quale lo vide il poeta nel mille novecentoquarantaquattro, un giorno di Settembre, che a tratti rombava ancora il cannone, e Firenze taceva, assorta nelle sue rovine. L’uomo (Rocco Scotellaro) L’uomo che vide suo padre calzare gli uomini e farli camminare imparò da quell’arte umile e felice la meraviglia di servire l’uomo. L’uomo che crebbe nell’esule villaggio imparò il coraggio di farsi riconoscere e di crescere non lontano dai potenti della terra. L’uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini imparò dal fascino della notte il chiarore del giorno. Quell’uomo muore. Attorno attorno alla ceppaia gigantesca che è agili frullano i vivai che piantò nel mondo. Ogni uomo che dà agli uomini amore profondo e il pane e le scarpe e le case e le macchine può dire chi era Stalin e la ragione del mondo. Legna verde (Cesare Pavese) L’uomo fermo ha davanti colline nel buio. Fin che queste colline saranno di terra, i villani dovranno zapparle. Le fissa e non vede, come chi serri gli occhi in prigione ben sveglio. L’uomo fermo – che è stato in prigione – domani riprende il lavoro coi pochi compagni. Stanotte è lui solo. Le colline gli sanno di pioggia: è l’odore remoto che talvolta giungeva in prigione nel vento. Qualche volta pioveva in città: spalancarsi del respiro e del sangue alla libera strada. La prigione pigliava la pioggia, in prigione la vita non finiva, ogni giorno filtrava anche il sole: i compagni attendevano e il futuro attendeva. Ora è solo. L’odore inaudito di terra gli par sorto dal suo stesso corpo, e ricordi remoti – lui conosce la terra – costringerlo al suolo, a quel suolo reale. Non serve pensare che la zappa i villani la picchiano in terra come sopra un nemico e che si odiano a morte come tanti nemici. Hanno pure una gioia i villani: quel pezzo di terra divelto. Cosa importano gli altri? Domani nel sole le colline saranno distese, ciascuno la sua. I compagni non vivono nelle colline, sono nati in città dove invece dell’erba c’è rotaie. Talvolta lo scorda anche lui. Ma l’odore di terra che giunge in città non sa più di villani. E’ una lunga carezza che fa chiudere gli occhi e pensare ai compagni in prigione, alla lunga prigione che attende. Il padrone di terre (Raffaele Carrieri) A Josè Ortega Sia per sempre disonorato il manzo che l’ha nutrito con polpa e midollo; lo stesso disonore tocchi al castrato e agli altri eunuchi da cortile. Disonore alle vigne che gli hanno fornito manzanilla per mantenere rosse guance e l’occhio come lo scalpello che cancella gli sguardi altrui. Si vergogni il tessitore che ha tessuto a rilievo le rose nere della giacca foderata di verbali e sequestri. Si vergogni il cappellaio, si vergogni il sarto. Si vergogni il falegname che ha tagliato e inchiodato il suo bastone di pero duro dalla cui impugnatura dipendono dozzine e dozzine di famiglie di braccianti, a parte asini e muli le mandrie di capre con cani e pastori. Il padrone e il bastone sono un corpo solo per la verifica e la punizione. Il suo potere esteso per terre e accentrato in centimetri ed ettari contiene boschi granai cisterne: tutte le mani tutte le anime tutta la sete tutta la fame. Il padrone di terre acceca il mastino di fiducia che gli ha sottratto il tordo dallo spiedo caldo e stermina gli usignoli perché consumavano la voce per niente, per niente. E il niente per il padrone di terre è la morte, la Muerte. Sia per sempre disonorato l’avvocato che lo difende, lo stesso disonore tocchi al giudice che lo assolve e al vescovo che sorride. Senza titolo (Ernesto Treccani) A Potenza un vento antico vibra tra alberi e luna. Solo lo ascolto e mi sembra un’isola questa vallata concava coperta di grano verde. Sui tornanti verso ignoti paesi s’inerpica il cavaliere contadino povero solitario arnese di un mondo finito. E tu che parli di socialismo passi veloce senza tendergli la mano. Solo ti sostiene l’amore che porterai nella tomba.
|