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POESIE COMUNISTE Stampa E-mail
gioved 22 aprile 2010
AnteprimaPubblichiamo qui di seguito una breve rassegna di poesie dedicate da scrittori italiani e stranieri al comunismo e, in generale, al mondo del lavoro, allo sfruttamento, alla libertà perduta e riconquistata.

Lode del comunismo (Bertold Brecht)

E’ ragionevole, chiunque

lo capisce: è facile.

Non sei uno sfruttatore,

lo puoi intendere.

Va bene per te,

informatene.

Gli idioti lo chiamano

idiota e, i sudici, sudicio.

E’ contro il sudiciume e

contro l’idiozia.

Gli sfruttatori lo

chiamano delitto.

Ma noi sappiamo:

è la fine dei delitti.

Non è follia ma invece

fine della follia.

Non è il caos ma

l’ordine, invece.

E’ la semplicità

che è difficile a farsi.

Un fantasma corre l’Europa (Rafael Alberti)

Un fantasma corre l’Europa…(Karl Marx) 

…E le vecchie famiglie chiudono le finestre,

assicurano le porte,

e il padre corre al buio alle Banche,

il polso gli si ferma in Borsa

e sogna di notte falò,

greggi che ardono,

che invece di raccolto ha fiamme,

che invece di chicchi ha scintille,

casse,

casseforti piene di faville.

Dove sei,

dove sei?

I contadini passano calpestando il nostro sangue.

Cosa c’è?

 

– Chiudiamo,

chiudiamo subito le frontiere.

Vedete come avanza in fretta sul vento dell’Est,

dalle rosse steppe della fame.

Che non odano la sua voce gli operai,

che il suo fischio non penetri nelle fabbriche,

che non scorgano la sua falce levata gli uomini dei campi.

Fermatelo!

Perché scavalca i mari,

percorre l’intera geografia,

si nasconde nelle stive delle navi

e parla ai fuochisti,

e neri di fuliggine li fa salire in coperta,

e fa che l’odio e la miseria si sollevino

e gli equipaggi si ammutinino.

Sbarrate,

sbarrate le carceri!

La sua voce cozzerà contro i muri.

Che cos’è?

 

– Ma noi lo seguiamo,

lo facciamo scendere dal vento dell’Est che lo porta,

gli facciamo domande sulle rosse steppe della pace e del trionfo,

lo facciamo sedere alla mensa del povero contadino,

lo presentiamo al padrone della fabbrica,

lo facciamo presiedere gli scioperi e le manifestazioni,

parlare coi soldati e coi marinai,

vedere i piccoli impiegati negli uffici,

e alzare il pugno gridando nei Parlamenti dell’oro e del sangue.

Un fantasma corre l’Europa,

il mondo.

Noi lo chiamiamo compagno.

Canto d’amore a Stalingrado (Pablo Neruda) 

Nella notte il contadino dorme, ma la mano

sveglia, affonda nelle tenebre e chiede all’aurora:

alba, sole del mattino, luce del giorno che viene,

dimmi se ancora le mani più pure degli uomini

difendono la rocca dell’onore, dimmi aurora,

se l’acciaio sulla tua fronte rompe la sua forza,

se l’uomo rimane al suo posto, e il tuono al suo posto,

dimmi, chiede il contadino, se la terra non ode

come cade il sangue degli eroi

arrossati, nell’immensa notte terrestre,

dimmi se ancora sopra l’albero sta il cielo,

dimmi se ancora risuonano spari a Stalingrado.

 

E il marinaio in mezzo al mare tremendo

scruta le umide costellazioni,

e una ne cerca, la rossa stella della città ardente,

e scopre nel suo cuore quella stella che brucia,

e quella stella d’orgoglio le sue mani vogliono toccare,

quella stella di pianto creata dai suoi occhi.

Città, stella rossa, dicono il mare e l’uomo,

città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure,

chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato,

e che la notte tremi con lo splendore cupo

dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade.

 

E lo spagnolo ricorda Madrid e dice: sorella,

resisti, capitale della gloria, resisti:

dal suolo si alza tutto il sangue sparso

dalla Spagna, e per la Spagna si solleva nuovamente,

e lo spagnolo chiede, già contro il muro

delle fucilazioni, se Stalingrado vive;

e c’è nel carcere una catena d’occhi neri

che bucano le pareti col tuo nome,

e la Spagna si scuote col tuo sangue e i tuoi morti,

perché le offristi l’anima tua, Stalingrado,

quando partoriva la Spagna eroi come i tuoi.

 

Conosce la solitudine, la Spagna:

come oggi conosci la tua, Stalingrado.

La Spagna strappò la terra con le unghie

quando Parigi era bella più che mai.

La Spagna dissanguava il suo immenso albero di sangue

quando Londra, come Pedro Garfias ci racconta,

pettinava le sue aiuole, i suoi laghi di cigni.

 

Oggi di più conosci questo, forte vergine,

oggi, Russia, di più conosci la solitudine e il freddo.

Mentre migliaia di obici squarciano il tuo cuore,

mentre gli scorpioni con crimine e veleno,

accorrono, Stalingrado, a mordere le tue viscere,

New York balla, Londra medita, e io dico “merde”,

perché il mio cuore non resiste più

e i nostri cuori

non resistono più, non resistono

in un mondo che lascia morire soli i suoi eroi.

Li lasciate soli? Ora verranno per voi.

Li lasciate soli?

 

Volete che la vita

precipiti alla tomba, e il sorriso degli uomini

sia cancellato dalla latrina e dal calvario?

Perché non rispondono?

 

Volete più morti sul fronte dell’Est

finché riempiano tutto il vostro cielo?

Ma allora non vi resta che l’inferno.

Già si stanca di piccole prodezze

il mondo, dove al Madagascar i generali,

con eroismo, uccidono cinquantacinque scimmie.

 

Il mondo è stanco di congressi autunnali,

ancora con un ombrello a presidente.

Città, Stalingrado, non possiamo

giungere alle tue mura, siamo lontani.

Siamo i messicani, siamo gli araucani,

siamo i patagoni, siamo i guaranì,

siamo gli uruguaiani, siamo i cileni,

siamo milioni d’uomini.

E abbiamo altra gente, per fortuna, nella famiglia,

ma non siamo ancora venuti a difenderti, madre.

Città, città di fuoco, resisti finché un giorno

arriveremo, indiani naufraghi, a toccare le tue muraglie

con un bacio di figli che sperano di tornare.

Stalingrado, non c’è un Secondo Fronte,

però non cadrai anche se il ferro e il fuoco

ti mordono giorno e notte.

 

Anche se muori non morirai!

 

Perché gli uomini ora non hanno morte

e continuano a lottare anche quando sono caduti,

finché la vittoria non sarà nelle tue mani,

anche se sono stanche, forate a morte,

perché altre mani rosse, quando le vostre cadono,

semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi,

perché il tuo seme colmi tutta la terra.

Portatori di luce (Nazim Hikmet) 

Questo,

quell’altro,

e questi

e anche quegli altri.

Tutti quelli che sono là,

e la metà di questi qui:

il fuochista, la figlia del fuochista, la moglie del fuochista,

e quel macchinista di locomotiva e questo capotreno,

e l’operaio specializzato,

non quello che si è inchinato al padrone,

ma un altro,

e quei due marinai in blusotti ampi quanto il mare.

Tutt’è due,

questa e quella,

le cui dita si sono conficcate come aghi nel cucito,

e questo,

che spinge il sole lungo le strade montane – da una all’altra –

empiendosi di sassi i sandali da bracciante,

e lo scrittore,

che pensa con pensieri di Marx e guarda con gli occhi

di Lenin,

infine, il poeta che scrive

questa poesia,

tutti loro.

Questi,

e questi altri,

e quelli,

e quelli là,

e altri ancora,

coronati dalla falce e dal martello,

tutti loro

nell’aurora

sono i portatori di luce!

La rosa (Ho Chi Minh)

La rosa s’apre, la rosa

appassisce senza sapere

quello che fa.

Basta un profumo

di rosa

smarrito in un carcere

perché nel cuore

del carcerato

urlino tutte le ingiustizie

del mondo.

Il circo chiuso (Ghiannis Ritsos)

Il primo mese vietarono la circolazione dei mezzi pubblici

e gli spettacoli. Non si vide una nave.

Il circo chiuso, naturalmente, ne risentì più di noi tutti.

Un giorno

uscirono i due piccoli pagliacci, con gli abiti a losanghe ancor più larghi,

a losanghe multicolori, coi nasi infarinati e le lacrime

dipinte;

davano spettacoli in mezzo alla strada, raccoglievano

qualche soldo col tamburello;

ma nessuno rideva. E allora quelli piangevano davvero,

gli si cancellavano le lacrime dipinte, gli s’imbrattavano

i visi.

Una sera,

li arrestarono, gli legarono le mani, li trascinarono nel

grande edificio.

Il giorno dopo,

al nostro risveglio, il cielo era coperto, sulla piazza non

c’erano più le tende, le gabbie, i carri.

Solo un ragazzo trovò sotto gli alberi una barba finta

inzuppata.

Se la mise con esitazione. “La terrò perla festa di San

Basilio”, disse.

Alla bandiera rossa (Pier Paolo Pasolini)

Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,

tu devi realmente esistere, perché lui esista:

chi era coperto di croste è coperto di piaghe,

il bracciante diventa mendicante,

il napoletano calabrese, il calabrese africano,

l’analfabeta una bufala o un cane.

Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,

sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:

tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,

ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

Teatro degli Artigianelli (Umberto Saba)

Falce martello e la stella d’Italia

ornano nuovi la sala. Ma quanto

dolore per quel segno su quel muro!

 

Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.

Saluta al pugno, dice sue parole

perché le donne ridano e i fanciulli

che affollano la povera platea.

Dice, timido ancora, dell’idea

che gli animi affratella; chiude: “E adesso

faccio come i tedeschi: mi ritiro”.

Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro

rosseggia parco ai bicchieri l’amico

dell’uomo, cui rimargina ferite,

gli chiude solchi dolorosi; alcuno

venuto qui da spaventosi esigli,

si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

 

Questo è il Teatro degli Artigianelli,

quale lo vide il poeta nel mille

novecentoquarantaquattro, un giorno

di Settembre, che a tratti

rombava ancora il cannone, e Firenze

taceva, assorta nelle sue rovine.

L’uomo (Rocco Scotellaro)

L’uomo che vide suo padre calzare

gli uomini e farli camminare

imparò da quell’arte umile e felice

la meraviglia di servire l’uomo.

 

L’uomo che crebbe nell’esule villaggio

imparò il coraggio di farsi riconoscere

e di crescere non lontano dai potenti della terra.

 

L’uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini

imparò dal fascino della notte

il chiarore del giorno.

 

Quell’uomo muore. Attorno attorno

alla ceppaia gigantesca che è

agili frullano i vivai che piantò nel mondo.

 

Ogni uomo che dà agli uomini amore profondo

e il pane e le scarpe e le case e le macchine

può dire chi era Stalin e la ragione del mondo.

Legna verde (Cesare Pavese)

L’uomo fermo ha davanti colline nel buio.

Fin che queste colline saranno di terra,

i villani dovranno zapparle. Le fissa e non vede,

come chi serri gli occhi in prigione ben sveglio.

L’uomo fermo – che è stato in prigione – domani riprende

il lavoro coi pochi compagni. Stanotte è lui solo.

 

Le colline gli sanno di pioggia: è l’odore remoto

che talvolta giungeva in prigione nel vento.

Qualche volta pioveva in città: spalancarsi

del respiro e del sangue alla libera strada.

La prigione pigliava la pioggia, in prigione la vita

non finiva, ogni giorno filtrava anche il sole:

i compagni attendevano e il futuro attendeva.

 

Ora è solo. L’odore inaudito di terra

gli par sorto dal suo stesso corpo, e ricordi remoti

– lui conosce la terra – costringerlo al suolo,

a quel suolo reale. Non serve pensare

che la zappa i villani la picchiano in terra

come sopra un nemico e che si odiano a morte

come tanti nemici. Hanno pure una gioia

i villani: quel pezzo di terra divelto.

Cosa importano gli altri? Domani nel sole

le colline saranno distese, ciascuno la sua.

 

I compagni non vivono nelle colline,

sono nati in città dove invece dell’erba

c’è rotaie. Talvolta lo scorda anche lui.

Ma l’odore di terra che giunge in città

non sa più di villani. E’ una lunga carezza

che fa chiudere gli occhi e pensare ai compagni

in prigione, alla lunga prigione che attende.

Il padrone di terre (Raffaele Carrieri)

A Josè Ortega 

Sia per sempre disonorato

il manzo che l’ha nutrito

con polpa e midollo;

lo stesso disonore tocchi al castrato

e agli altri eunuchi da cortile.

Disonore alle vigne

che gli hanno fornito manzanilla

per mantenere rosse guance

e l’occhio come lo scalpello

che cancella gli sguardi altrui.

Si vergogni il tessitore

che ha tessuto a rilievo

le rose nere della giacca

foderata di verbali e sequestri.

 

Si vergogni il cappellaio,

si vergogni il sarto.

Si vergogni il falegname

che ha tagliato e inchiodato

il suo bastone di pero duro

dalla cui impugnatura

dipendono dozzine e dozzine

di famiglie di braccianti,

a parte asini e muli

le mandrie di capre

con cani e pastori.

Il padrone e il bastone

sono un corpo solo

per la verifica e la punizione.

Il suo potere esteso per terre

e accentrato in centimetri ed ettari

contiene boschi granai cisterne:

tutte le mani tutte le anime

tutta la sete tutta la fame.

Il padrone di terre

acceca il mastino di fiducia

che gli ha sottratto il tordo

dallo spiedo caldo

e stermina gli usignoli

perché consumavano la voce

per niente, per niente.

E il niente per il padrone di terre

è la morte, la Muerte.

 

Sia per sempre disonorato

l’avvocato che lo difende,

lo stesso disonore tocchi al giudice

che lo assolve e al vescovo che sorride.

Senza titolo (Ernesto Treccani) 

A Potenza  un vento antico

vibra tra alberi e luna.

Solo

lo ascolto

e mi sembra un’isola

questa vallata concava

coperta di grano verde.

Sui tornanti

verso ignoti paesi

s’inerpica il cavaliere

contadino

povero

solitario arnese

di un mondo finito.

E tu

che parli di socialismo

passi veloce

senza tendergli la mano.

Solo ti sostiene

l’amore che porterai nella tomba.

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pugno alzato in alto   | 188.217.130.184 | 2010-04-24 22:16:24
"La teoria dei comunisti pu essere raccolta in una singola frase: abolizione della propriet privata". (K. Marx)
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