Pubblicata la biografia di Girolamo Tripodi, che ha guidato le lotte dei braccianti della piana di Gioia Tauro contro i feudatari, i “gabelloti”, la nuova borghesia e la mafia calabrese.
Pasolini fa coincidere la fine della civiltà contadina con la scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane. In Calabria, precisamente nella Piana di Gioia Tauro, questa fine è coincisa simbolicamente con la scomparsa degli ulivi, di quelle piante che diventavano imponenti, perché per secoli si era evitato di potarle, nella convinzione che, lasciandole crescere liberamente, avrebbero dato olive grandi e abbondanti. Al loro posto il viaggiatore trova ora colate di cemento, frutto della speculazione edilizia, grandi infrastrutture, centri commerciali e alberghi di lusso, anche se vi è da dubitare che la gente di Calabria possa permettersi di frequentarli. Probabilmente si tratta del risultato perverso del riciclaggio del denaro sporco da parte della ’ndrangheta. Il mondo contadino è scomparso, con i suoi riti secolari, i suoi ritmi, i suoi valori. Di esso non rimpiangiamo i rapporti di produzione semifeudali, bensì – com’ebbe a precisare Carlo Levi all’epoca delle polemiche suscitate nell’ambito della sinistra italiana dall’uscita del suo “Cristo si è fermato a Eboli”, accusato di “passatismo” – la “sostanza umana”, che si è arricchita grazie alle lotte popolari, le quali hanno portato non solo all’emancipazione economica e sociale delle masse, ma anche al loro elevamento etico e culturale, al loro protagonismo, oggi venuto meno. Di queste lotte furono protagonisti uomini come Girolamo “Mommo” Tripodi, bracciante di Polistena, poi sindacalista, sindaco del suo paese, deputato e senatore comunista, del quale ora il giornalista Marcello Villari pubblica una corposa biografia, intitolata “Il riscatto”. La sua storia personale s’intreccia con quella degli altri braccianti della Piana di Gioia Tauro, delle raccoglitrici di olive e di gelsomino, dei lavoratori forestali, diventando storia collettiva. E allora la ricostruzione biografica diventa spaccato di un’epoca, testimonianza di un mondo che non c’è più, travolto dalla “modernità” e dal “progresso”, ma al quale dobbiamo tornare con la mente per capire da dove veniamo e per stabilire, nel contempo, dove vogliamo andare, perché, come Gramsci ci ha insegnato, il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione, è come lo specchietto retrovisore della macchina: ci consente di guardare indietro per andare avanti. Tripodi nasce in una famiglia contadina, primo di cinque figli. Scolasticamente si ferma alla prima elementare. Riceve i primi elementi rudimentali del comunismo dal sarto Domenico Cannata, che ci ricorda figure letterarie come l’arrotino Calogero, l’Uomo Porfirio, l’Uomo Ezechiele di “Conversazione in Sicilia”. Dopodiché inizia a lavorare come bracciante potatore, mentre intorno a lui scoppiano le prime, rabbiose lotte contadine per la giornata lavorativa di 8 ore (che in Calabria era ancora una chimera) e per l’attuazione dei decreti Gullo sull’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate ai contadini e sul riparto dei prodotti agricoli. Iscrittosi al Partito comunista italiano nel 1950, eletto segretario della sezione di Polistena nel 1956, nonché vicesegretario provinciale della Federbraccianti Cgil nel 1960 e segretario della stessa organizzazione nel 1963, diviene a poco a poco lui la guida di quelle lotte, che riguardano la difesa degli elenchi anagrafici, i quali garantiscono ai lavoratori gli assegni familiari, l’assistenza sanitaria e, conseguentemente , la pensione, il riconoscimento progressivo della parità contrattuale tra uomo e donna, nonché del titolo giuridico di “lavoratrici dipendenti” alle raccoglitrici di ulive, prima pagate in natura, l’affrancamento delle gelsominaie dalla giornata lavorativa conteggiata “a peso”, cioè solo se raccolgono, affiancate dai figli, una quantità enorme di prodotto. Emergono dal racconto di Tripodi figure di dirigenti contadini dello spessore di Rocco Pizzarelli, che, a causa delle minacce ricevute dalla ’ndrangheta, impazzisce e finisce i suoi giorni in manicomio, e di don Santoro Maviglia, che, in carcere per omicidio, conosce a Turi Gramsci, ne rimane affascinato ed abbraccia la fede comunista. Nel 1968 “Mommo” Tripodi entra in Parlamento. Intanto, nel 1970 diventa sindaco di Polistena, carica che ricoprirà fino al 1991 e poi, nuovamente, dal 1995 al 2005. Viene riconfermato deputato nel 1972. Nel 1987 viene eletto al Senato. Nel 1991 è tra i fondatori di Rifondazione Comunista, nelle cui file viene rieletto deputato nel 1992 e senatore nel 1994. Nel 1998 ha aderito al Partito dei Comunisti Italiani. Intanto, a partire dagli anni ’70, la ’ndrangheta, che ha allargato a dismisura la propria sfera di interessi, comincia ad intervenire pesantemente nelle lotte sociali e nelle controversie di lavoro. Così Tripodi riceve minacce e subisce vari atti intimidatori. Ciononostante, negli anni ’80 si oppone alla costruzione della centrale a carbone di Gioia Tauro. Se Marcello Villari è riuscito a ricostruire la biografia di Tripodi come se si trattasse di un “romanzo di formazione”, Oliviero Diliberto, nella “Prefazione”, indica, con poche, ma efficaci, parole la lezione che le giovani generazioni possono trarne: “Questi nostri giovani comprenderanno meglio che ogni generazione è comunista a modo suo e potranno – e dovranno – anche profondamente modificare la teoria e la prassi politica di un partito che continua a chiamarsi orgogliosamente comunista: ma sapranno altresì che senza radici non c’è neppure futuro e che i valori si rinnovano, ma non si rinnegano: perché […] noi più giovani riusciamo a vedere più lontano di chi ci ha preceduti non perché siamo più bravi, ma solo perché siamo nani issati sulle spalle di giganti”. Antonio Catalfamo - Marcello Villari, “Il riscatto. Girolamo Tripodi, bracciante e sindacalista, parlamentare e sindaco”, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2007, pp. 252, euro 16,00.
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