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La dittatura clericale bussa alle nostre porte Stampa E-mail
marted 18 novembre 2008
AnteprimaRiproponiamo un articolo di Santo Brunetta, sindacalista di Santa Lucia del Mela (Messina), parzialmente pubblicato, in data 31 agosto 1958, su «L’Unità» e commentato da Alberto Clerici nell’ambito della rubrica “Oggi in Italia”, trasmessa da Radio Praga. E’ passato mezzo secolo, ma l’ingerenza clericale in politica non è finita, anzi aumenta ogni giorno di più.

Proprio oggi, domenica 24 agosto, mentre nel cielo splende un sole cocente, che con i suoi raggi dà luce ad ogni essere vivente, qualcosa di insolito accade in una piccola frazione del Comune di Santa Lucia del Mela, in provincia di Messina. E’ della frazione di San Giovanni che sto parlando. Questa frazione così piccola, con circa un centinaio di abitanti, ha una sua storia, forse una sua colpa: quella di essere abitata per il 70% da comunisti. Proprio qui, a partire dalle passate elezioni regionali, i clericali hanno pensato di far sorgere una loro sezione. Il risultato di tale esperimento doveva essere il controllo dell’elettorato.

Ma andiamo per ordine. Si avvicinavano le elezioni per la Regione. L’attivismo clericale si faceva frenetico. Con la scusa di visitare la piccola chiesa della frazione, vi si recava S.E. Mons. Tonetti, allora vescovo di Santa Lucia del Mela, per parlare agli abitanti “in nome del Signore”. In questo villaggio non esiste purtroppo illuminazione e si continua a vivere – possiamo dire ancora adesso – allo stato primitivo. Mancano le strade di comunicazione col centro del paese, cosicché d’inverno, a causa del torrente, si rimane isolati. Eppure allora S.E. promise l’illuminazione e si iniziò, il giorno prima delle suddette elezioni, la costruzione di una piccola strada che doveva unire il villaggio con la rotabile del comune di San Filippo del Mela (paese vicino). Però, in cambio, Monsignor Tonetti esortò tutti affinché l’indomani votassero compatti per la Democrazia Cristiana. Ma, avvenuto lo spoglio, S.E. apprese con molto dispiacere che la DC aveva racimolato soltanto qualche voto e che la stragrande maggioranza dell’elettorato (circa il 70%) aveva votato per il Partito Comunista.

Finite malamente le elezioni, non si parlò più di illuminazione e si trascurò completamente la costruzione della strada. Intanto il tempo passò e giunsero le elezioni amministrative. Gli amministratori della DC vennero a rinnovare le solite promesse. Ma anche questa volta i clericali non ebbero fortuna: soltanto qualche voto andò alla DC, mentre il PCI confermò la schiacciante maggioranza.

Il tempo continuò a trascorrere inesorabile e vennero le elezioni nazionali. Questa volta non venne nessuno a promettere e gli elettori, come al solito, diedero la maggioranza ai partiti della sinistra.

Arriviamo ai giorni nostri. Come dicevo all’inizio, proprio stamani, nella frazione di San Giovanni, accadeva qualcosa d’insolito. Doveva arrivare qualcuno. Le donne, gli uomini, i giovani, le ragazze erano vestiti a festa – ma non era festa – e vi era negli animi un’atmosfera di attesa. Doveva giungere, appunto, fra qualche minuto, S.E. Francesco Ricceri, nuovo vescovo di Santa Lucia del Mela. Erano quasi le dieci ed una lussuosa macchina si vide a distanza. “E’ il vescovo”, si mormorava. Sì, era proprio S.E. Fu ordinato di suonare le campane, che si sentirono subito squillare. Lo squillo sembrava un allarme. Era un giovane comunista, che, avuto l’ordine dal parroco, Dionigi Scoglio, suonava le campane a ritmo accelerato. Allo squillo delle campane si univano alcuni colpi di cannone. Con questa atmosfera veniva accolto Mons. Ricceri. Appena giunto, con il suo sorriso e le sue maniere, sembrava una pecorella innocente. Senonché, dopo la fine delle funzioni religiose, S.E., con il sorriso mite e generoso ancora stampato sulle labbra, si rivolgeva ai convenuti e chiamava all’unanimità uomini e donne affinché si raccogliessero intorno all’altare per ascoltare qualcosa d’importante. L’ordine fu eseguito a metà: in un attimo tutti gli uomini furono intorno al vescovo, mentre le donne, vergognose, rimasero sedute al loro posto. S.E., col solito sorriso (è col sorriso che si cerca di ottenere l’impossibile), iniziò a parlare. Il suo discorso, iniziato con l’esortazione ai convenuti ad essere sempre più vicini a Dio, finì in chiave politica. Si parlò dei problemi locali, si parlò soprattutto dell’acqua che manca, dell’illuminazione che non esiste, delle strade di comunicazione col centro che non sono state costruite, ecc.

S.E., come i suoi predecessori, assicurò il suo interessamento particolare. Parlando della costruzione della strada, disse: “Io mi interesserò, inizierò la pratica all’Assemblea Regionale, però il tempo passerà. Intanto, vi saranno le elezioni regionali e non credo che farete come al solito, che su 100 voti 80 li darete al Partito Comunista, 10 ai liberali e solo qualcuno alla Democrazia Cristiana. Questo non è giusto. Perché date il voto ai comunisti? Non lo sapete che il PCI è condannato dalla Chiesa? Non lo sapete che è un partito scomunicato? Eppoi, chi si sta interessando di voi, dei vostri problemi? I comunisti, i compagni, oppure il vostro vescovo? Dunque, per chi dovete votare? Per i comunisti o per me, che sono il vostro vescovo? Naturalmente per il vescovo. Vi raccomando, quindi, di votare tutti per la DC. Nessun voto deve andare ai comunisti. Vi avverto sin d’ora che, durante lo spoglio, io sarò presente nella vostra sezione elettorale per vedere cosa farete. E’ un grande favore che vi chiedo. Ogni voto comunista che uscirà dall’urna sarà per me un’offesa personale, un duro colpo. Se, come al solito, voterete comunista, io dirò all’Amministrazione comunale e alla Regione di lasciarvi isolati dal consesso civile”.

Più o meno con queste drammatiche parole, S.E. si rivolgeva, terminando la predica, agli abitanti del villaggio di San Giovanni. Non mi dilungherò a descrivere altre scene simili, né vi dirò delle caramelle distribuite ai bambini ed anche ai grandi (chissà dove si vuole arrivare con quelle caramelle!), perché occorrerebbe molto spazio. Tali atti liberticidi infliggono un duro colpo alla Costituzione Italiana, che garantisce ad ogni cittadino la libertà di voto.

Se al tempo del fascismo la camicia nera arrivava fino ad un certo punto, oggi la tonaca dei preti sta per giungere fin sotto i piedi. Ancora una volta non si vuol capire che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Altrimenti si mette in pericolo la nostra democrazia. Sono certo che gli elettori della piccola frazione di San Giovanni, eccetto una minima parte ( inevitabilmente, vi saranno alcuni che, di fronte alla dittatura aperta, dovranno malvolentieri piegarsi; costoro non possono essere condannati), voteranno, come al solito, per il glorioso Partito Comunista Italiano, sebbene qualche vescovo potrebbe considerare il loro voto un affronto personale, anzi un “duro colpo”. Questa è l’unica risposta che gli elettori dovranno dare: respingere la minaccia clericale che bussa alle nostre porte e lottare compatti per la libertà e la democrazia. Sappiamo che molti fratelli si sono sacrificati per la libertà e noi, consapevoli dell’esperienza del passato, non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad un pericolo che minaccia la libertà dell’individuo.

 Santa Lucia del Mela, 24 agosto 1958

Santo Brunetta
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