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CESARE ZAVATTINI: PADRE PIO Stampa E-mail
sabato 18 luglio 2009
AnteprimaStiamo assistendo in questi ultimi anni ad un’isteria di massa intorno alla figura di Padre Pio, alimentata oculatamente dal pontefice in carica, Benedetto XVI. Crediamo opportuno riproporre alcune pagine sottilmente ironiche dedicate al “santo”, nel lontano 1967, dal grande scrittore e cineasta Cesare Zavattini.

A Manfredonia tre guardie gentili ci convinsero a pernottare a S. Giovanni Rotondo, c’è Padre Pio da Pietralcina e gli alberghi confortevoli, uno perfino di lusso. Sul colle stavano spuntando le stelle, cominciammo a cantare, un pellegrino correva su per la salita tra macchine targate Na-Ro-Mi avvertendo che Padre Pio aveva già cominciato la messa. Bastava levarsi il cappello e avrei visto quel frate che il mio amico Angilen da anni mi spinge a andare a vedere, sicuro che dopo succederanno tante cose belle, dice. I fari di un’automobile si accesero e un bambino voltato a fare pipì contro un muricciolo fu investito dai fari e si voltò verso la luce per rifugiarsi con un balzo nel buio.

Entrammo a fatica nella chiesa troppo gremita, fui obbligato a stare sulla porta qualche minuto senza vedere niente, con l’aria che da fuori si concentrava tutta sulla mia pelata. Mi ammalo, dissi. Cercavo di alzarmi sulla punta dei piedi finché vidi una larga testa bianca che usciva da una pianeta di seta e d’oro mentre si curvava sull’altare. Si volterà, pensavo, non staccavo gli occhi da quella testa per non perdere il momento che si sarebbe voltata. Pulii rapidamente gli occhiali, pensavo alla faccia che il mio compaesano Angilen avrebbe fatto leggendo la mia cartolina, ho visto Padre Pio, è un tipo da piangerne, quando lo incontrerò quest’estate gli dirò anche il resto, la mia paura della bronchite e altri pensieri incessanti come lo scoiattolo quando fa andare l’illusoria gabbietta (davo però furtivi sguardi ai vicini quasi che quei miei pensieri per la loro profanità potessero risuonare in quel silenzio).

Immaginavo di essere il numero 15. Perché bisogna avere il numero per parlargli, mettersi in nota. “Avanti il numero 15.” Lui è perfetto nel suo cerchio, e io gli parlerei solo di cose che sono fuori dal suo cerchio. Dicono che dice: ti vuoi confessare? o altrimenti non ascolta. Gli avrei domandato: ha letto il giornale di Foggia uscito ieri? Su quattro colonne si proclama che Dio lo vuole, cosa vuole? Che la gente alle prossime elezioni “voti in conformità”. In conformità dell’articolo che è violento contro Benedetto Croce, contro i giovani che dalla stessa sponda cristiana hanno creduto di poter gettare ponti verso il socialismo, “consegnato ai principi del materialismo dialettico e storico”. Poi, inquadrato, nella stessa pagina un neretto dice che è passata da queste parti Donna Rachele accolta con fiori dai fascisti, tornerà per venire da Padre Pio. Non l’ho con donna Rachele, sfortunata donna.

La messa era di una lentezza senza precedenti, ma in nessuno notavo stanchezza, aspettavano di momento in momento qualche cosa da quell’uomo immobile che ancora non si voltava come stesse parlando col tabernacolo per dire poi con le ultime forze una rivelazione. Cercavo di introdurmi sempre più avanti con quei movimenti del corpo che sono ferini (come in tram quando uno vuole raggiungere l’uscita trova sederi schiene ostili e spinge con più acredine). Si è voltato. Con l’ostia tra le dita, la teneva ferma, forse un minuto, ho udito le emissioni di fiato di quelli che per tanto lo avevano trattenuto. Una faccia con la barba corta e bianca, lo sguardo non si vedeva, era troppo lontano.

Avrò mai il coraggio di domandargli di discorrere con lui da uomo a uomo? Potrebbe essere giudicato irrispettoso e ozioso o togliere tempo a qualcuno piagato davvero nell’anima e quella medicina gli fa bene. E’ colpa, pensavo, compiacermi se leggo che hanno ucciso Franco che s’inginocchia sovente in un giorno? Avrei cercato di spiegargli che più invecchio meno sopporto uno che dice o fa come nessuno potesse sostituirlo, anche quando tace, dorme, dice voi milioni e milioni di persone avete bisogno di me, invecchia e i fotografi continuano a prenderlo in modo che non si veda che è piccolo.

Finita la messa tutti si restrinsero intorno all’altare, come le foglie della sensitiva, per comunicarsi. Quando uscì, in dieci o venti si precipitarono dentro un breve andito per raggiungerlo, mi precipitai anch’io e mi trovai nella sagrestia, a un passo da Padre Pio che stava togliendosi i paramenti sacri aiutato da due cappuccini. C’era lo stesso silenzio che in chiesa. Padre Pio ruppe quell’atmosfera troppo tesa. “Adesso andiamo, è tardi,” con un tono comune, un sorriso veramente buono, aggiunse: “Buona Pasqua a tutti,” senza alzare la voce e si avviò verso la porticina, uno si mise a gridare: “Padre Pio benedici, Padre Pio benedici,” un cappuccino diceva: “State su,” Padre Pio disse, lo udii distintamente con un che di rimprovero: “Pizzica pure, pizzica pure,” a uno che allungava le mani per toccargli le stimmate; un tale aveva un grande involto di pane che sollevava sulla testa di tutti perché fosse benedetto, Padre Pio sparì in una porticina, noi andammo a comperare cartoline e mia figlia una cornicetta con l’immagine di Padre Pio da regalare a sua nonna: è come fosse già morto con quelle migliaia di immagini di lui in vendita che piange che ride che dice la messa .

Anch’io ho aspettato che mi guardasse, e, poiché dicono che sente i pensieri, in segno di tacita disapprovazione scuotesse la testa, ma non successe tutto ciò, era uno dei miei pensieri di vanità.

 

Cesare Zavattini

( Da “Straparole”, 1967)
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