Un documento che rischia di approfondire le lacerazioni tra “vertice” e “base” e che non spiega le ragioni della crisi dei Partiti comunisti in Italia
Qualche settimana fa, alcuni compagni, autorevoli intellettuali (da Domenico Losurdo a Guido Oldrini) e dirigenti di partito (da Paola Pellegrini a Fosco Giannini), hanno lanciato un appello “A tutte le comuniste e i comunisti”. Ci ha colpito il tono molto duro ch’esso ha assunto e l’aperta contrapposizione ad un altro appello precedente, intitolato “Comuniste e comunisti cominciamo da noi 2”, che è stato firmato da numerosi operai, rappresentanti di fabbrica, sindacalisti di base, militanti e dirigenti comunisti, che operano soprattutto nelle aree industriali del Paese, a partire da Torino e dal Piemonte. Una contrapposizione sbagliata, perché si risponde sostanzialmente con un atto di chiusura a perplessità e preoccupazioni che ormai sono molto diffuse tra la base comunista, determinando quella “discrepanza” tra “vertice” e “base”, che pure i firmatari dell’appello “A tutte le comuniste e i comunisti” considerano frutto di ricostruzioni fantasiose e distorte della realtà. Al contrario, è necessario discutere pacatamente e francamente, senza nascondere sotto il tappeto i problemi, che poi trovano puntuale conferma nei fatti. L’appello di cui si discute, inoltre, rappresenta un notevole passo indietro rispetto a quelle che ormai consideravamo acquisizioni certe e definitive. Ci era parso di capire che tutti, dal “vertice” alla “base”, eravamo d’accordo sul fatto che la sconfitta registrata alle elezioni politiche e, successivamente, a quelle europee, era la diretta conseguenza della sciagurata partecipazione di Prc e PdCI all’esperienza governativa. Leggiamo ora nell’appello succitato: “Dopo la débacle elettorale dell’Arcobaleno nel 2008 si sono diffuse valutazioni sommarie e semplicistiche della breve partecipazione dei comunisti nel governo Prodi bis (2006-2008)”. Ma il documento non spiega quali sono le vere cause della sconfitta elettorale, se esse non vanno identificate con la partecipazione al “governo Prodi bis”. A un’analisi, giudicata “sommaria e “semplicistica”, non ne viene contrapposta un’altra. L’appello più volte richiamato pecca di ambiguità, laddove recita sibillinamente: “Assumere un atteggiamento estremista significherebbe isolarsi rispetto al movimento comunista internazionale, che non comprenderebbe, poiché dai comunisti italiani si attende un contributo alla lotta contro Berlusconi, che rischia di costituire un modello a livello internazionale”. Veramente con capiamo quali sono questi partiti comunisti di altri Paesi che spingono perché i comunisti italiani si alleino col Partito democratico. Difatti, nel mondo e, segnatamente, in Europa, tutti i Partiti comunisti di certe dimensioni, da quello greco (KKE) a quello portoghese, da quello della Federazione russa a quello di Boemia e Moravia, rifiutano qualsiasi alleanza con forze riformiste e socialdemocratiche, tant’è che sono saldamente ancorati all’opposizione, dove costituiscono un polo autonomo. I Partiti comunisti sono entrati in crisi e rischiano la sparizione in quei Paesi, come l’Italia e la Francia, dove sono andati al governo con partiti borghesi. Un caso simile è quello della Spagna, dove Izquierda Unida ha assunto un atteggiamento compiacente nei confronti del governo socialdemocratico di Zapatero. Da tutto ciò consegue, a nostro avviso, che i Partiti comunisti, a meno che non vogliano suicidarsi, non debbono partecipare a governi borghesi, anche se gestiti da forze socialdemocratiche o che si autodefiniscono “riformiste”. Questa nostra analisi può essere condivisa o meno. Ma, in quest’ultimo caso, ad essa ne deve essere contrapposta un’altra, che spieghi la grave crisi che stanno attraversando Prc e PdCI. Tutto ciò non lo troviamo nell’appello “A tutte le comuniste e i comunisti”. Ma v’è di più. In esso la “questione elettorale e delle alleanze” viene definita “tattica”. E’ come dire che sullo sfondo c’è un “orizzonte comunista”, come specchietto per le allodole ( o per i fessi), mentre quotidianamente vengono compiute delle scelte che sono incompatibili con il raggiungimento dell’obiettivo strategico. Noi non ci stiamo. E’ necessario costituire un polo comunista autonomo e totalmente alternativo alla borghesia, in tutte le sue sfumature, che, con la lotta quotidiana contro il capitalismo, crei le condizioni perché sorga una società comunista. “Qui è Rodi, qui devi saltare”. La prima condizione irrinunciabile è la nascita, subito, di un solo Partito comunista. Non si può rimanere vittima del veto di Rifondazione Comunista, né rinviare tutto alle calende greche. E’ stato un errore non trasformare l’ultimo congresso del PdCI in un congresso costituente, che segnasse, da un lato, lo scioglimento di questo partito, e, dall’altro, l’avvio di una nuova forza comunista unitaria “con chi ci sta”. Siamo ancora in tempo per rimediare. Antonio Catalfamo
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