Cancellate d’un colpo le linee politiche emerse dai congressi nazionali del PdCI e di Rifondazione Comunista. Noi continueremo a lavorare per un unico Partito Comunista d’opposizione all’intero sistema capitalistico.
Lo sciopero generale indetto dalla CGIL venerdì scorso e la manifestazione organizzata dal centro-sinistra (formula riesumata per l’occasione, con o senza trattino), a Roma, il giorno dopo, hanno dimostrato, innanzitutto, che gli italiani, se non hanno fiducia in Berlusconi, non si fidano neppure di Bersani, di Epifani e dei “partiti-cespuglio”, che, tornati all’antico ruolo di gregari, hanno dimostrato di avere il fiato corto. Sono lontani i tempi in cui, nell’immediato dopoguerra, la CGIL, contestando i contratti capestro già firmati col padronato da CISL e UIL, chiamava alla lotta i lavoratori e otteneva il consenso della maggioranza di essi, dalle fabbriche del Nord alle zone bracciantili della Calabria, al di là della loro appartenenza politica e sindacale. I vari Lama, Trentin, Cofferati, Epifani ne hanno fatto di cotte e di crude, determinando una crisi di fiducia nei confronti della CGIL, che, venerdì scorso, nella migliore delle ipotesi, è riuscita a coalizzare i propri aderenti, che sono minoranza. Quanto alla manifestazione del giorno dopo, 200.000 persone (pur accettando le stime degli organizzatori) sono poche per difendere la democrazia italiana e la Costituzione da un attacco di tipo golpista. Inoltre, sabato scorso abbiamo avuto la conferma ad alcune nostre convinzioni. Ferrero non è solo il portavoce di turno della Federazione della Sinistra. Egli è il segretario nazionale della coalizione, che raggruppa PdCI, Rifondazione e altre forze minori, anche se nessuno lo ha eletto ufficialmente a tale carica. Il mandato di tre mesi che gli era stato dato è stato allargato tacitamente ed è divenuto definitivo. Tanto ch’egli con assoluta certezza prende impegni importanti, dichiarando dal palco di Piazza del Popolo: “Tutti assieme alle prossime elezioni politiche per battere Berlusconi”. Evidentemente Diliberto e gli altri, non avendo fiatato di fronte a queste affermazioni perentorie, sono perfettamente d’accordo con lui. Le conclusioni degli ultimi congressi nazionali di Rifondazione e del PdCI sono state, dunque, sconfessate. Tutti avevamo capito che la scomparsa dalle istituzioni dei due partiti era stata determinata dalla loro partecipazione ai governi di centro-sinistra e che, conseguentemente, essi avevano deciso di non ripetere questa tragica esperienza. Ferrero e Diliberto (chi tace acconsente) ci hanno smentiti clamorosamente: si va verso una riedizione dell’Unione. Ci sono da stabilire i connotati precisi dell’alleanza, ma la sostanza è questa. Magari alla fine si ricorrerà ad una nuova variante della “desistenza” di bertinottiana memoria. Il ragionamento che circola è questo. Con la legge elettorale attuale, la coalizione che vince, anche di un solo voto, alla Camera avrà 340 seggi (esclusi dal computo il seggio della Valle D’Aosta e quelli delle circoscrizioni estere). Si può fare un accordo puramente elettorale, senza l’impegno ad entrare nel governo, in cambio di una decina di seggi (complessivi) concessi dal Partito Democratico a tutti i “cespugli” della “sinistra radicale” (Federazione della Sinistra più Sinistra, Ecologia e Libertà). Il PD conserva, in tal modo, la maggioranza assoluta con 330 seggi e la “sinistra radicale” rientra in Parlamento. Alla fine, se tutto va bene, Rifondazione e PdCI avranno circa tre seggi a testa. Bastano per “sopravvivere” e accedere al finanziamento pubblico dei partiti. Poi si vedrà. Chi si accontenta gode. Noi non ci stiamo. Ricordiamo i disastri commessi dai governi di centro-sinistra, nelle loro varie edizioni e sfumature: la “controriforma” delle pensioni, la normativa sulla “flessibilità” del lavoro, i tagli al precariato nella scuola, le privatizzazioni, ecc. Anche Diliberto li ricorda, ogni tanto, li elenca e li illustra, con la competenza giuridica che lo contraddistingue, nelle riunioni di partito, negli “attivi”, nelle sezioni, con l’aria mesta e rassegnata di quello che sa che non c’è alternativa. Ma noi non siamo per nulla rassegnati. Non ci interessano i tre seggi in Parlamento, la manciata di poltrone nei consigli regionali, provinciali, comunali, alcuni assessorati, se tutto va bene. E, soprattutto, non interessano e non servono al Paese, ai lavoratori, ai pensionati al minimo, ai precari, a quelli che sono già disoccupati. Tutti costoro hanno bisogno di un forte Partito Comunista autonomo, che contesti il sistema capitalistico nel suo insieme, nelle sue varianti di destra, di centro e di centro-sinistra. E noi lavoreremo per costruire questo partito. Quando sarà sottoscritto il patto per la nuova Unione – comunque si chiamerà – , noi non ci saremo. Ci auguriamo che gli altri abbiano fatto bene i loro conti. Alle regionali, grazie alla solerzia dimostrata in tutti questi anni dal Pd e dai suoi esperti in “ingegneria costituzionale”, per ottenere seggi nei consigli bisogna superare la soglia del 4%. Alle politiche, pur andando in coalizione, si deve superare il “quorum” del 2%. Non è per nulla scontato. Antonio Catalfamo
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