E’ necessaria un’analisi articolata della “questione morale” in Italia, dall’allarme lanciato, negli anni Ottanta del secolo scorso, da Berlinguer, a “tangentopoli”, al riproporsi del malaffare nella cosiddetta Seconda Repubblica. Solo il Partito comunista può essere portatore di una nuova morale.
Verso gli anni Ottanta del secolo scorso Enrico Berlinguer lanciò l’allarme sulla questione morale, cioè sui livelli di corruzione raggiunti nella gestione della vita pubblica ad opera di una classe dirigente (democristiano-socialista), divenuta marcia, che esercitava il potere coi metodi dell’arbitrio, del più sfacciato clientelismo e della ruberia generalizzata, e financo teorizzata (Craxi). Quella presa di posizione, peraltro tardiva, giungeva dopo il fallimento della politica cosiddetta di unità nazionale – quindi con le forze stesse responsabili dello sfascio – che proprio Berlinguer aveva in precedenza sostenuto, con risultati rivelatisi disastrosi, sia per il mondo del lavoro (politica dei sacrifici a senso unico, fine della scala mobile, ecc.), sia per lo stesso Partito comunista, che ebbe a subire, proprio per effetto di quella politica, delle vere e proprie frane elettorali. La denuncia berlingueriana del sistema di corruzione trovò un’accoglienza assai tiepida nella maggior parte dei dirigenti del Pci dell’epoca, poco propensi a far esplodere le contraddizioni del capitalismo di casa nostra. Si ebbero così di lì a poco i due effetti concomitanti di una crisi etico-politica ormai matura: da un lato la mannaia della magistratura abbattutasi sul duopolio Dc-Psi e dall’altro la scomparsa del Pci come protagonista politico della Repubblica, pur dopo lo scatto d’orgoglio dell’elettorato comunista per le elezioni europee del 1984, anno della morte di Berlinguer, quando i voti al partito che era stato di Gramsci e di Togliatti raggiunsero quota 33,4%, una specie di canto del cigno prima della fine (1989-1991). Il seguito è storia che fa parte della realtà dei nostri giorni. Ma la questione morale rimane, anzi si aggrava. E merita un’analisi che vada alla radice del problema, che non è certo un problema di aggiustamento delle regole di funzionamento del sistema. Una questione morale sussiste come presupposto di ogni società divisa in classi, dove vige la disuguaglianza e la bilancia del potere pende dalla parte della classe dominante, con tutte le degenerazioni anche rispetto ai “valori etici” tradizionali o comunque codificati, giacché ogni potere, ove diventi incontrastato, tende a trasformarsi in strapotere. La condotta morale delle classi conservatrici è stata sempre caratterizzata dal cinismo o dall’ipocrisia (una morale per sé e una per gli altri). La scissione tra le norme morali proclamate e la pratica è stata in particolare la caratteristica storica della Chiesa cattolica e costituisce uno dei fondamenti del suo rapporto con le classi dominanti e una ragione non secondaria della sua stessa lunga durata. Non è un caso che il partito democristiano, emanazione della chiesa di Roma, sia stato in Italia (ma non solo in Italia) il principale attore dell’immoralità nella gestione politica, specie a partire dagli anni Settanta. Il potere democristiano, divenuto, agli occhi di molti e ancor più di chi lo detiene, inamovibile e con una presunzione di eternità, ha preteso di violare impunemente, e in maniera sistematica, le stesse regole dell’ordinamento giuridico, imponendo l’arbitrio della classe politica, in connubio con una certa imprenditoria, in una specie di delirio di onnipotenza. Questo è stato possibile per la natura e le peculiarità della Dc, per lo snaturamento del Psi, che aveva perduto ogni organico retroterra sociale, trasformandosi in una somma di clientele e rinunciando ad ogni prospettiva di cambiamento nei rapporti di classe, e anche grazie alla deleteria scelta consociativista del Pci. E’ venuta meno via via ogni forma di controllo sociale sulla politica e ogni prospettazione di alternativa di sistema, con i suoi benefici effetti di dialettica, non solo sociale e politica, ma anche etica. Si era giunti ad un tratto anche a cancellare il concetto stesso, oltre che la pratica, di opposizione. La reazione al sistema di corruzione in quelle condizioni non poteva che venire – anche questa un’anomalia gravissima dal punto di vista politico – dall’interno stesso delle istituzioni dello Stato. Ed è stata la magistratura ad esercitare un ruolo di supplenza. Tale meccanismo istituzionale garantito dalla Costituzione – e dalla coesistenza e autonomia dei poteri da essa previste – è scattato e per il livello di intollerabilità nella violazione delle leggi da parte di chi avrebbe dovuto esserne il custode, e per il venir meno della remora rappresentata dalla paura dell’avvento del comunismo, che per tanti anni aveva trattenuto i corpi dello Stato al di qua del Rubicone, facendo chiudere loro gli occhi e permettendo il “laisser faire” dei partiti al governo. La via giudiziaria (tangentopoli) non poteva però dare risultati tangibili e duraturi sul piano di un sostanziale risanamento, perché le contraddizioni operanti nel sistema non si sciolgono se non con l’intervento deciso di una forza alternativa a livello politico-sociale. E tale forza alternativa è mancata per le scelte, prima, e per la fine, poi, del Pci. Così le forze della corruzione hanno potuto riorganizzarsi e passare all’offensiva, insediandosi al potere con Berlusconi e infettando tutta, o quasi tutta, l’area politica “ufficiale”, concorde fra l’altro nel picconare ogni presenza comunista. Indicativo il coinvolgimento nelle pratiche del malaffare del Partito democratico, nato dalla fusione di ex Pci ed ex Dc e diventato alfiere dell’anticomunismo, e delle sue aree di influenza negli enti locali, nelle cooperative, nelle società assicurative e bancarie. Ed oggi da parte di chi sta al governo il problema viene posto in termini brutali: cancellare la questione morale cambiando le regole, annullando l’indipendenza della magistratura e impedendo ogni suo efficace intervento in materia di legalità nella vita pubblica, e sancire l’impunità per corrotti e corruttori. A questo disegno indecente si dà il nome di riforme, buttando a mare anche il significato stesso delle parole e la storia che sta dietro di esse. Il PD, da parte sua, sceglie la strada del cosiddetto dialogo, cioè del compromesso, anche per salvare se stesso e i suoi uomini, e non solo quelli di periferia, definiti da chi sta al vertice del partito, un giorno sì e un giorno no, “capibastone”. A questo punto si pone il problema del che fare, per introdurre un elemento di chiarezza nella situazione buia e pericolosa in cui è stato cacciato il paese, per offrire un sicuro punto di riferimento a chi non può riconoscersi in tale stato di cose. La strada è certo dura e difficile. Ma il dovere ci chiama e bisogna cominciare. E cominciare dando vita al soggetto alternativo, ritrovando le ragioni smarrite del vero cambiamento. Ecco la funzione potenziale, meglio la necessità, di un partito comunista pienamente autonomo, capace di scuotere le forze umane e morali che non mancano in Italia e che, per collocazione sociale e per formazione, sono portatrici, non solo di interessi calpestati (il lavoro e la sua dignità, la casa, una pensione adeguata, l’avvenire dei giovani, una vita civile a misura dell’uomo e dei suoi bisogni), ma anche di una morale nuova. Le classi sfruttate, vecchie e nuove, non possono certo identificarsi con la moralità (o immoralità) dominante, perché i loro interessi “sono nel più completo contrasto con la base sociale che ha creato” certi disvalori e, “quanto più esse diventano coscienti del loro antagonismo con l’ordinamento sociale dominante, tanto più all’antica morale tradizionale (doppia e ipocrita, n.d.a.) ne contrappongono una nuova che vogliono attuare come morale di tutta la società” (K. Kautsky). La lotta per un mondo più giusto e per una morale nuova, che liberi la società dai parassiti e dalle sanguisughe di sempre, non può essere più oltre procrastinata. Ormai la misura è colma e non è più tempo di attese. Occorre metter mano con immediatezza a un progetto forte, quello di dar vita a un partito comunista che, senza rinnegare il passato, sappia guardare al futuro. Di tale progetto devono essere protagonisti, oltre ai vecchi comunisti, le querce che non si piegano, anche i giovani, impegnandovi tutta la propria intelligenza e la propria voglia e capacità di combattere. Domenico Catalfamo
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