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PERCHÉ UN NUOVO PARTITO COMUNISTA? Stampa E-mail
venerdì 28 novembre 2008

AnteprimaPurtroppo dobbiamo constatare che, nell’ambito dei gruppi dirigenti dei due partiti comunisti più rappresentativi, nonostante qualche differenza di rilievo, prevalgono, a dispetto della gravità della situazione, l’attendismo e lo spirito di autoconservazione. La pesante sconfitta elettorale subita alle ultime elezioni nazionali, sotto le insegne della lista Arcobaleno, dimostra, invece, che una fase politica si è conclusa e s’impone un’inversione di tendenza.

Certo, Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani hanno pagato per il sostegno dato al secondo governo Prodi, che ha colpito duramente i ceto meno abbienti, ma non solo. Negli anni si sono accumulati tutta una serie di errori, che vanno corretti con rapidità e decisione.

Rifondazione Comunista, sotto la guida di Bertinotti e del suo scialbo delfino Giordano, si è caratterizzata sempre più come una forza d’indirizzo radicale, che vuole operare all’interno del sistema capitalistico, proponendo piccoli correttivi in materia di diritti civili (si veda la cosiddetta “politica dei generi”), con l’aggiunta di qualche rivendicazione di carattere economico e sindacale, che, però, rispetti le “compatibilità capitalistiche” e con interessate concessioni al pacifismo e all’ecologismo. Essa si configura, dunque, come un “ircocervo”, che mette insieme pezzi di radicalismo alla Pannella (magari nella versione migliore) e di sindacalismo socialdemocratico, con una spruzzatina di verde e di movimentismo. Ma, com’è naturale, le ambiguità prima o poi vengono a galla e non basta un po’ di giovanilismo e di ginnastica mass-mediatica per rimediarvi. Perciò siamo convinti che le fortune politiche di Rifondazione Comunista siano tramontate e che occorra voltare pagina. E, invece, il gruppo dirigente, uscito vincitore dall’ultimo congresso, si aggrappa al relitto del partito e si rifiuta di mollarlo, pretendendo, anzi, ch’esso costituisca il perno di qualsiasi nuova prospettiva politica.

Il Partito dei Comunisti Italiani è nato da una scissione di Rifondazione Comunista per sostenere il secondo governo Prodi e quello successivo presieduto da D’Alema. Questa vocazione “governista” pesa tuttora sul partito, i cui quadri sono in buon numero inseriti in amministrazioni locali governate dal centro-sinistra. Così si giustifica una certa prudenza del segretario nazionale, Oliviero Diliberto, nell’affrontare lo spinoso problema della rottura netta, che pure è necessaria, con il Partito Democratico. Va dato atto al PdCI di aver aderito all’appello per la costituente comunista, ma esistono molte riserve, che vanno superate. Nonostante tale adesione, il partito, all’ultimo congresso, ha deciso di continuare ad esistere, mentre sarebbe stato più opportuno che si sciogliesse, avviando così concretamente, al di là delle petizioni di principio, il processo costituente.

Se esistono forti resistenze da parte dei gruppi dirigenti di Prc e PdCI, per converso, la prospettiva unitaria è fortemente sentita dalla base comunista. Le firme in calce all’appello per la costituente superano le 6.000. Si stanno tenendo numerose riunioni in ogni parte d’Italia per dare concretezza e base organizzativa al processo costituente. Il popolo comunista non capisce e non gradisce i giochetti dei dirigenti dei due partiti. Per questo è necessario dare subito vita ad un solo partito che unisca tutti i comunisti e rappresenti un polo autonomo ed alternativo rispetto al Partito Democratico. Se ieri era troppo presto, domani sarà troppo tardi.            
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Flavio Di Schiena - unità comunista subito   | 79.50.20.107 | 2008-12-01 10:18:56
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