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IL PARTITO DEMOCRATICO E I COMUNISTI Stampa E-mail
gioved 26 febbraio 2009
AnteprimaE’ fallito miseramente il disegno politico assolutista di Veltroni e del Partito democratico. Che fare? No a un nuovo centro-sinistra e a pasticci simili. Occorre rifare in Italia un Partito comunista alternativo al Pd. La lista comune di tutti i comunisti alle elezioni europee rappresenta il primo passo. Ma attenti a non barare!

Dopo il tonfo delle elezioni regionali in Sardegna il Partito democratico appare in preda a una crisi di cui non si intravedono sbocchi credibili.

Fatto indiscutibile è la fine ingloriosa della carriera politica di colui che era stato incoronato unico leader, a suon di trombe e tamburi. Walter Veltroni è precipitato dalle stelle alle stalle, e, smesso l’abito napoleonico della vigilia, ha indossato il saio del penitente. E’ calato il sipario su un disegno politico che pretendeva di essere assolutistico ed è iniziata la triste commedia del nulla.

In atto non è dato conoscere quali siano esattamente i connotati di un partito nato dal connubio tra ex pci ed ex dc. Non è un partito socialdemocratico all’europea; non è un partito liberal-progressista, capace di custodire lo spirito laico e democratico delle nostre istituzioni contro l’incombente minaccia oscurantista; non può neppure collocarsi nell’area del Partito popolare europeo, giacché la cuccia è occupata da Berlusconi e sodali. Non può infine il Partito democratico vantare il ruolo di rappresentante esclusivo degli omologhi americani, perché lo slogan “Yes, we can”, che poi non significa niente, se non un’iniezione di aria fritta nella tempesta della crisi del capitalismo, è stato fatto proprio persino dai giovani di Alleanza  nazionale. Siamo tutti americani! Purtroppo, come sempre, in ritardo. Perché mi sa proprio che la barca, quella di Wall Street, affonda, e ci vuol ben altro che le famose regole per il mercato capitalistico, il quale – com’è noto – conosce una sola regola: quella del massimo profitto. Ed è proprio questa tendenza, connaturata al sistema, che rischia di distruggerlo.

La gravità della situazione, che poi significa condizioni di vita sempre più insostenibili per le masse popolari, richiede che vengano approntati strumenti di lotta efficaci, duraturi, chiaramente ispirati a una visione alternativa di classe.

Non è certo questa l’ora di un partito, come quello del fu Veltroni o del non meglio noto Franceschini, incapace di una strategia di opposizione sociale e politica. Non c’è bisogno di pannicelli caldi.

E’ venuto il momento che, in primo luogo, il sindacato si dia una scossa. I lavoratori hanno voglia di lottare, per un lavoro sicuro, per un salario dignitoso, per servizi efficienti, per una pensione non di fame.

Tali problemi non si affrontano inseguendo le compatibilità del sistema, vale a dire le esigenze e le pretese di un padronato sempre più arrogante, e contrattando i tagli nel pubblico e nel privato.

E’ venuto il momento che per primi i comunisti si sveglino e facciano sentire la loro presenza.

Bisogna rompere gli indugi. Cosa si aspetta a varare la lista per le europee? Sappiamo che esistono difficoltà e remore di vario genere, vecchie abitudini e prassi non più accettabili.

Siamo consapevoli che occorre fare questo primo passo, che veda assieme nella lista PdCI e Rifondazione, e che bisogna armarsi di pazienza. Ma si sappia che la pazienza non è illimitata. E che, soprattutto, i comunisti non possono accontentarsi di un semplice, temporaneo compromesso. Né si può riparlare di centro-sinistra, Unione e simili pasticci. Occorre rifare in Italia un Partito comunista: questo è il primo compito di chi si dice comunista e come tale vuol essere riconosciuto. Perché non si può stare a guardare mentre la casa crolla, mentre rischia di crollare l’edificio stesso della nostra democrazia.

 Domenico Catalfamo
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