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ELEZIONI REGIONALI 2010: CHE FARE? Stampa E-mail
mercoled 31 marzo 2010
AnteprimaUn commento di Antonio Catalfamo (Università di Cassino), che pone tutta una serie di questioni teoriche, che non si possono rimandare. Bisogna mettere da parte le ideologie e rivalutare le “virtù civiche”?

Perché Bertrand  Russell dedica una buona metà della sua “Storia della filosofia occidentale” al pensiero greco antico e l’altra metà a tutti gli altri filosofi succedutisi nei secoli a venire? Perché Cesare Pavese, per parlare delle grandi questioni umane, nei “Dialoghi con Leucò”, si richiama anch’egli al mondo classico greco? Una prima risposta ci viene da un grande filologo, Mario Untersteiner: gli antichi greci pensavano alla realtà nella sua complessità. Una seconda risposta, in linea con la prima, ci viene offerta dallo stesso Pavese, a proposito dell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters: la “grande angoscia americana” consiste nel non saper ragionare “in universali”. Lo scrittore piemontese ritorna sull’argomento in un altro scritto, intitolato significativamente “Cultura democratica e cultura americana”, nel quale spiega che negli Stati Uniti e, di conseguenza anche in Italia, dopo la rivoluzione “fordista” e “taylorista”, l’uomo-massa è consapevole solo del proprio segmento di lavoro e ignora tutto il resto. Pavese auspica una società, ch’egli definisce “socialista”, nella quale ognuno sia consapevole del proprio e dell’altrui lavoro.

Può sembrare assurdo, ma è così: l’uomo greco ragionava meglio di quello nostro contemporaneo, appunto perché aveva una concezione generale del mondo, un’ “ideologia” (ci sia consentito usare questo termine “obsoleto”, che fa storcere il naso a molti), per dirla con Pavese, “ragionava in universali”. Oggi gli individui vivono di false certezze, come nel Medioevo. Si illudono che il mondo coincida con una stanzetta di due metri per tre, nella quale tutto è a portata di mano, sembra chiaro. Ma il mondo, quello vero, è molto più grande e più complesso.

Tutto questo ragionamento ha molto a che fare con le elezioni regionali del 27 e 28 marzo scorsi. L’operaio del Nord, col capo reclinato sul proprio ombelico, si illude che, per risolvere egoisticamente il suo problema occupazionale, bastino il federalismo fiscale e l’espulsione degli stranieri, a calci nel sedere, magari. Non ragiona “in universali” e, conseguentemente, non capisce che i suoi problemi di “penultimo” della società sono strettamente legati a quelli degli “ultimi”: se nessuno avrà un soldo in tasca nel Mezzogiorno d’Italia, ridotto alla fame dal tanto decantato federalismo fiscale, chi comprerà le auto ch’egli fabbrica e tutti gli altri prodotti? Il padrone è veramente interessato a spartire con lui gli effetti benefici della diminuita pressione fiscale o pensa solo ad aumentare i profitti? La “rilocalizzazione” della produzione industriale nel Terzo mondo e nell’Europa dell’Est va imputata alle popolazioni supersfruttate di questi Paesi o a scelte del padronato? L’operaio ignorante (anche per mancanza di guida politica: dov’è il Partito Comunista?) non si rende conto della complessità della realtà e vota Lega. Le fabbriche del Nord ormai sono piene di operai giovani, che non hanno la coscienza di classe (continuo testardamente con i termini “obloseti”), che sono stati abituati dalla “cultura in pillole”, propinata oculatamente dalla televisione, a un sapere “parcellizzato”, sensibile agli slogan, alle frasi ad effetto, dietro le quali c’è un vuoto, ch’essi non vedono. Anche qui Pavese “docet”: la coscienza di classe “si ha e non si ha”, nel senso che non è qualcosa di acquisito per sempre, ma si acquista a poco a poco, facendo esperienza, a proprie spese.

Nichi Vendola è un sottoprodotto della società mass-mediatica. Anch’egli parla per slogan. Fa parte di quell’esercito di “guru”, di predicatori, finti messia, che la televisione ci ammannisce ogni giorno. Anch’egli sfrutta il fatto che la gioventù italiana non pensa più “in universali”. Altrimenti gli chiederebbe che cosa significa “sostituire ai partiti le virtù civiche”. Non vuol dire proprio niente, è una delle tanti frasi ad effetto che usano i maghi e le fattucchiere. Anche Nichi Vendola, come la Lega, prende voti, sfruttando, in questo caso, non l’ignoranza degli operai, ma quella “di ritorno” dei laureati.

Ancora un volta ci permettiamo di citare Cesare Pavese e, in particolare, un pensiero contenuto del suo diario, “Il mestiere di vivere”: tutte le dittature hanno vissuto di propaganda, ma ai giorni nostri il meccanismo propagandistico è ancora più incisivo, e perciò pericoloso, perché il pubblico malamente scolarizzato è in grado di imitare i modelli “colti” che gli vengono proposti. Pasolini ha scritto qualcosa di simile a proposito di fascismo “archeologico” e fascismo della “società dei consumi”.

Il Partito Democratico trae la conclusione che bisogna fare come la Lega, la Federazione della Sinistra che bisogna imitare Nichi Vendola. Altrimenti non si prendono voti.

Ci permettiamo di concludere diversamente. Una forza veramente alternativa deve rieducare la gente e, soprattutto, i giovani a ragionare “in universali”, a capire come gira il mondo. Gramsci scriveva che il latino serve a non dire balle e a non farsele raccontare. E’ un processo lungo. Ma è l’unico che può dare risultati.

 

Antonio Catalfamo

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