Il “flop” del referendum e la bassa affluenza alle urne per le elezioni amministrative dimostrano l’insofferenza e la sfiducia delle masse nei confronti del sistema. Ma è necessario volgere in positivo questa protesta silente, dando vita subito al partito di tutti i comunisti.
La tornata elettorale di questo giugno 2009 si è conclusa. E’ ora il momento di fare un bilancio. Sia le europee che le amministrative hanno visto nettamente sconfitto il Partito Democratico, la cui linea strategica è fallita. Su questo non ci piove. Il centro-destra, a sua volta, non può che accettare il pesante condizionamento della Lega, uscita vincitrice su tutta la linea. Il successo di Di Pietro, peraltro inferiore alle attese, non sposta gran che il rapporto tra i due schieramenti che occupano allo stato attuale le istituzioni. Il risultato della lista comunista alle europee, anche se inferiore – pur se di poco – al 4%, lascia aperto il discorso della presenza comunista in Italia, purché si superi lo stallo in cui trovasi il progetto di costituzione del nuovo Partito Comunista a causa della posizione dilatoria delle segreterie del PdCI e di Rifondazione. Il voto nel suo complesso – e in particolare il fallimento del referendum e l’alta percentuale di astensioni – ha dimostrato che in larga parte della popolazione c’è insofferenza e sfiducia verso il sistema politico dominante, che, incapace di risolvere i gravi problemi della vita sociale e della convivenza civile, vuole mettere una camicia di forza alla nostra democrazia, imponendo una struttura bipartitica, spegnendo ogni dialettica autentica e soffocando la partecipazione e il protagonismo delle masse oppresse e sempre più impoverite. La situazione, caratterizzata da una crisi profonda del capitalismo, che fa ricadere pesantemente i suoi effetti devastanti sulla vita di tutti noi, richiede più che mai l’esistenza di una forza antagonista al sistema, capace di una sua autonomia, che eserciti un ruolo di opposizione vera, continua, efficace. Il sistema, tutto, vuole espellere i comunisti dalla mente e dal cuore degli italiani, per avere campo libero nelle sue scelte di fondo. Ma questa pretesa rischia di incancrenire vieppiù lo stato delle cose, di annullare gli spazi della democrazia, di diffondere inerzia, sfiducia, morte civile, alimentando tutt’al più forme di ribellismo scoordinato e inconcludente. Il clamoroso “flop” del referendum è indice di questo malessere e dimostra se mai che, pur nella confusione e nell’oggettiva impossibilità di scegliere e di contare, gli italiani si rifiutano, nella loro grande maggioranza, di ingoiare la medicina dell’assuefazione a un dominio incontrastato che sentono essere contro di loro, senza trovare tuttavia punti di riferimento certi. Bando quindi da parte nostra alle incertezze, alle esitazioni, alle riserve mentali, ai calcoli personali. Bisogna pensare in grande e agire con tempestività, se non si vuole perdere il treno della storia. Avanti e subito verso il partito di tutti i comunisti. Domani sarebbe troppo tardi. Domenico Catalfamo
|