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CRISI ECONOMICA E ALTERNATIVA AL SISTEMA Stampa E-mail
mercoled 08 aprile 2009
AnteprimaLa crisi fa vacillare il sistema capitalistico mondiale: ovunque grandiose manifestazioni popolari. Battere l’attendismo del Partito Democratico. Avanti verso il Partito Comunista.

Si sono svolte in diverse parti del mondo imponenti manifestazioni di protesta, in particolare in coincidenza con le riunioni del G 20, tenutesi nei giorni scorsi, con la partecipazione dei governanti dei maggiori Paesi, con l’obiettivo di arginare la crisi economico-finanziaria che scuote dalle fondamenta l’intero sistema capitalistico e i cui contraccolpi si fanno sentire pesantemente sulla vita di miliardi di uomini e donne a tutte le latitudini.

Oggetto di dura contestazione sono state anche le scelte dei Paesi della NATO, tra i quali il nostro, in direzione di una ricollocazione e di un inasprimento degli interventi militari (Afghanistan), causa non ultima dell’attuale crollo economico.

I potenti della terra, neppure in accordo tra di loro, stanno cercando di mettere in piedi misure correttive tendenti a riavviare la macchina dell’economia capitalistica, entrata in tilt pur dopo la fine dell’antagonista storico (URSS e  Paesi dell’Est europeo ad essa alleati). Ma le opzioni di fondo del capitalismo e dell’imperialismo rimangono intatte. Proprio per questo i pannicelli caldi di Obama e compagni sono ben lungi dal convincere le grandi masse lavoratrici, davanti alle quali si apre ogni giorno di più il baratro della disoccupazione e della precarietà, a maggior ragione oggi che il capitalismo si sente incontrastato e pensa di poterla fare da padrone in tutto il pianeta.

La protesta ha assunto dimensioni più massicce e più incisive in Paesi come la Grecia, dove opera un Partito Comunista che ha deciso da sempre di mantenere la sua autonomia, rifiutando un ruolo di supporto e di subalternità rispetto alla socialdemocrazia, che perde a sua volta mordente e consensi, o come la Francia, dove il sindacato di classe, la CGT, non ha abbandonato la sua linea tradizionale di difesa senza condizionamenti delle ragioni dei lavoratori nella dialettica sociale, nonostante l’estrema debolezza del Partito Comunista Francese, che ha cessato da tempo di essere protagonista significativo della vita politica di quel Paese, a causa dei suoi gravi limiti strategici e perché stritolato dal sistema bipartitico imposto alla Francia (“fabula docet” anche per l’Italia).

Da noi il principale punto di riferimento della lotta dei lavoratori è rimasta la CGIL, in parallelo con alcuni sindacati di base, mentre la CISL e la UIL si sono smarcate, gettando alle ortiche l’unità sindacale. E’ venuta l’ora che i lavoratori italiani prendano atto di questa rottura, senza rimanere legati a quello che si è ridotto a un feticcio in totale disarmo, se non si vuole che il sindacato diventi un’agenzia d’informazione e assistenza e nulla più.

Le manifestazioni svoltesi in Italia, ultimo il grandioso raduno di Roma organizzato dalla CGIL lo scorso 4 Aprile, hanno dimostrato la volontà di lotta e la straordinaria capacità di mobilitazione che le masse lavoratrici italiane conservano, nonostante il movimento operaio sia di fatto privo di una forte e coerente rappresentanza a livello politico, per la debolezza e le divisioni della sinistra di classe (Rifondazione e PdCI) e per la natura del Partito Democratico, il quale non si propone certo una politica di alternativa al sistema ed ha i suoi referenti anche nella Confindustria e, per una sua parte, nella CISL.

Tale discrasia va colmata, sottraendo, da un lato, la CGIL a ogni legame di dipendenza dalla strategia interclassista del PD e, dall’altro, lavorando alla costruzione di un partito che rappresenti organicamente la classe operaia e le altre classi lavoratrici. Diversamente il movimento rischia di esaurirsi e finiranno con l’aver partita vinta i nemici dei lavoratori e i veri responsabili della crisi. Vedasi il modo irridente con cui il governo Berlusconi ha accolto la protesta sindacale.

La stesa CGIL  non potrà andare lontano inseguendo presunti tavoli di confronto col padronato e col governo alla ricerca di provvedimenti di tipo sostanzialmente assistenziale, i cosiddetti ammortizzatori sociali (cassa integrazione, sussidio di disoccupazione e quant’altro), che dovrebbero essere peraltro a carico di un traballante bilancio dello Stato, costantemente sotto il tiro degli organismi monetari internazionali. Certi strumenti di garanzia vanno certo utilizzati, ma non possono avere funzione di eterna supplenza rispetto a una politica che miri a difendere e potenziare l’occupazione stabile e si basi su un impiego produttivo della forza lavoro.

Occorre per questo elaborare e portare avanti un vero piano del lavoro, regione per regione, provincia per provincia, comune per comune, che parta dai bisogni della gente e si fondi sulle esigenze e risorse effettive del territorio, attorno al quale mobilitare anche le popolazioni. Bisogna opporsi fermamente ai licenziamenti, nelle fabbriche, ma anche nella scuola e nella pubblica amministrazione, affinché le ristrutturazioni, ove necessarie, non si traducano in impoverimento, declassamento, decadenza nella vita di tutti, oltre che nei servizi e nelle strutture civili e sociali.

Occorre infine agire con la dovuta determinazione e chiarezza di idee sul fronte della rappresentanza, contestando l’azione di copertura svolta dal PD di fronte alle principali scelte del sistema e dando vita senza ulteriori indugi a quel soggetto politico comunista che diventa ogni giorno di più indispensabile, se si vuol dare un proprio autonomo ruolo nella vita e nella lotta politica alle grandi masse popolari italiane, che non possono essere sconfitte e travolte assieme al PD, la cui china discendente è ormai sotto gli occhi di tutti e non può essere arrestata, essendo il PD il prodotto di un’operazione trasformistica e di un vero e proprio equivoco storico.

Il progetto di costruzione di un unico, forte Partito Comunista non si può arenare, senza assumersi delle responsabilità di portata storica, nelle secche delle riserve mentali e dei calcoli di bottega o di carriera di chicchessia. La riscossa comunista deve cominciare dalle elezioni europee, ma non deve fermarsi lì.

 Domenico Catalfamo
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