Dopo una intensa spettacolarizzazione mass-mediatica, in pieno stile americano, il Partito Democratico elegge segretario nazionale Pierluigi Bersani. Ma, diradatasi la cortina fumogena delle primarie, si vede che sostanzialmente non c’è nulla di nuovo. E’ necessario costituire un polo comunista autonomo, radicato nelle lotte e nel Paese.
Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico, eletto con il sistema “a doppia mandata”: elezione da parte degli iscritti al partito e, successivamente, elezione da parte dell’intero “popolo” democratico. E’ facile osservare, in primo luogo, che si tratta di una finta democrazia, nell’ambito della quale il cittadino viene chiamato ad esercitare un ruolo meramente passivo di delega ad un personaggio “costruito” attraverso i panegirici degli organi di informazione. Bersani è un candidato cresciuto “in corsa”, grazie al sostegno di padroni e padroncini – e dei loro strumenti di persuasione di massa – , che hanno speso la loro influenza a favore di colui che già in passato, come ministro, attraverso liberalizzazioni e privatizzazioni, aveva dimostrato la propria fedeltà agli interessi dei ricchi. Franceschini sembrava a costoro un democristianello da sagrestia, che, abituato a salmodiare, non sa imporsi a dovere, battere il pugno sul tavolo, far digerire agli operai sindacalizzati la linea della “pax sociale”, della trattativa al ribasso col padronato, che, in tempi di crisi, “dà quel che può”, pena la chiusura delle aziende. E’ questa la morale della favola, che Bersani ha raccontato e continuerà a raccontare nei prossimi mesi, finché durerà alla guida del PD. Non sapremo mai quanti sono stati i cittadini che hanno partecipato alle primarie, al di là dei numeri “ufficiali”, che hanno spinto una parte delle forze che si collocano a sinistra del PD ad assumere un atteggiamento “pragmatico” e a dire, un po’ sconsolati, ma rassegnati: “Sono, comunque, milioni di persone, delle quali tener conto”. Si tratta, in realtà, del popolo degli “inclusi”, cioè degli appartenenti a quel 60% degli italiani (prima della crisi economica, che ha determinato un processo di proletarizzazione di certe aree sociali, anche impiegatizie, erano il 70% ) che, tutto sommato, si riconoscono nel “sistema”, pur cercando qualche aggiustamento. Esiste, poi, il 40% degli “esclusi”, di coloro che non hanno alcuna certezza, o, addirittura, vivono, come tanti giovani precari o disoccupati e tanti pensionati al minimo, una condizione da emarginati. A questi “esclusi” devono rivolgersi le forze autenticamente di sinistra e, in particolare, quelle che si definiscono comuniste. Finché ci saranno dei poveri e degli emarginati, ci dev’essere chi li tutela, prima di ogni altro. Le “novità” apportate da Bersani sono tutte di facciata, tattiche, non strategiche, e non incidono affatto sulla linea di politica economica e sociale portata avanti dal suo partito. Il neo-segretario si propone di radicare il PD sul territorio, ossia di condividere il potere con capi e “capetti” locali (sindaci, amministratori locali, “governatori” delle regioni), di dare il giusto riconoscimento all’ex apparato dei DS, che si è visto esautorato dal modello di partito imperniato su un solo “capo”, che Veltroni prima e Franceschini dopo, imitando malamente Berlusconi, hanno tentato di realizzare. Bersani mira pure a creare una parvenza di “coalizione”, per non dare all’elettorato l’impressione dell’isolamento dei democratici e della sconfitta in partenza. Perciò sembra aprire a Sinistra e Libertà, che intende utilizzare come “specchietto per le allodole” nei confronti di quegli elettori che si collocano “a sinistra” del PD e che vanno sottratti ai comunisti, per i quali Bersani immagina la sparizione, conseguenza dell’isolamento, del silenzio mass-mediatico e dello sbarramento al 4%, imposto da una legge elettorale che i suoi predecessori alla guida del partito hanno promosso, assieme a Berlusconi. Da questo punto di vista, le illusioni di Paolo Ferrero si sono subito dissolte, nel corso dell’incontro che la Federazione della Sinistra ha avuto col segretario democratico appena insediato, il quale ha detto chiaro e tondo che non si deve neppure parlare di un’alleanza di governo tra il suo partito e i comunisti, perché – aggiungiamo noi – padroni e padroncini non la vogliono. Al massimo, è possibile qualche accordo limitato alle prossime elezioni regionali, visto che Bersani punta a perdere il minor numero possibile di regioni tramite alleanze che comprendano pure l’UDC. La giustezza della linea politica da noi portata avanti sinora trova una conferma negli avvenimenti recenti. Da sempre sosteniamo che si deve costituire un solo partito che riunisca tutti i comunisti, il quale deve rappresentare un polo del tutto autonomo rispetto ad PD, rifiutando alleanze a qualsiasi livello, che non farebbero altro che coinvolgerci in nuove sconfitte e in nuovi scandali, rispetto ai quali siamo e dobbiamo rimanere estranei. Paolo Ferrero, sollecitato da Oliviero Diliberto, a nome del PdCI , da Fosco Giannini, esponente del gruppo de “L’Ernesto”, interno a Rifondazione Comunista, e, persino, da Federazioni comuniste che operano all’estero, come quella belga, non ha risposto all’interrogativo se intenda procedere o meno alla costituzione di un unico Partito Comunista. Non possiamo aspettare all’infinito. Se non arriverà in tempi stretti una risposta, occorre avviare il processo costituente con chi ci sta. Diliberto, da parte sua, non può nascondersi dietro il silenzio di Ferrero, né limitarsi a dire che lui, per quanto lo riguarda, è d’accordo per la nascita di un solo Partito Comunista. E’ necessario che compia, per primo, dei passi concreti verso la costituente comunista con le forze disponibili. Dobbiamo imparare a camminare sulle nostre gambe, senza attenderci visibilità sui mezzi di informazione legati al “sistema”. Dobbiamo cercare il rapporto diretto con la gente, discutere con gruppi anche ristretti, come faceva Gramsci nei corridoi della Camera del Lavoro di Corso Siccardi, a Torino, prima di dar vita al grande movimento dei Consigli di fabbrica. Dobbiamo sfruttare la nuova tecnologia, e, in particolare, le opportunità di contatto, soprattutto con i giovani, offerte da Internet. Se ne è discusso alla III Conferenza della FGCI. E’ ora di passare all’azione. Antonio Catalfamo
|