«Il Riformista» e Piero Melograni continuano a speculare sulla vita e sulla morte di Gramsci. Su «Il Calendario del Popolo», Ruggero Giacomini ci restituisce la verità storica. Una preziosa testimonianza di Sandro Pertini sulla prigionia di Gramsci e sull’obiettivo deliberato del regime fascista di farlo morire.
Continuano le provocazioni a mezzo stampa sulla figura di Gramsci e sui suoi rapporti con il partito e la famiglia. L’obiettivo è quello di liquidare l’ideologia comunista come criminale, manipolando la storia – a dire il vero con imperizia e grossolanità – e approfittando del fatto che l’avversario, tagliato fuori dai mass-media, non ha i mezzi per rispondere adeguatamente. «Il Riformista», in data 18 dicembre 2008, pubblica una recensione di Andrea Di Consoli a un libro di Giancarlo Lehner, intitolato “La famiglia Gramsci in Russia”. L’autore viene definito dal recensore “neo-trotzkista” e, contraddittoriamente, “socialista di destra”. Quando l’articolista aggiunge, “incidenter tantum”, che costui è anche “parlamentare del Pdl” il “quadro ideologico” dell’illustre storico è completo: si tratta di una persona che ha le idee confuse o, peggio ancora, di un provocatore. E quest’ultimo tratto distintivo lo accomuna al recensore, il quale, nel riproporre le volgarità che, negli ultimi mesi, sono state dette e scritte su Gramsci, non si vergogna di citare, nella sua ricostruzione “storica” della “verità”, le parole di Benito Mussolini: “La realtà è che Gramsci, dopo un breve periodo di permanenza al reclusorio, ebbe la concessione di vivere in cliniche semiprivate o completamente private. Ed è morto di malattia non di piombo, come succede ai generali, ai diplomatici, ai gerarchi comunisti di Russia, quando dissentono – anche un poco – da Stalin come sarebbe accaduto al Gramsci stesso se fosse andato a Mosca”. La citazione di Mussolini come fonte di “verità storica” qualifica l’articolista de «Il Riformista» e l’intero giornale che lo ospita. Molte persone, ai giorni nostri, usano a sproposito, per qualificarsi, il termine “riformista”, che ha una sua nobiltà. Ma, in buona sostanza, sono dei reazionari. Basta fare un raffronto con un vero riformista, Sandro Pertini, che fu compagno di prigionia di Gramsci a Turi di Bari. Pertini scrive che Gramsci, nel corso dei loro lunghi conversari, cercò di convincerlo a diventare comunista, ma egli declinò, con cortesia, ma con altrettanta fermezza, l’invito. Dunque, Gramsci era comunista? Il valoroso esponente socialista smentisce che furono i suoi compagni comunisti a tirare al grande intellettuale sardo un sasso nascosto in una palla di neve, dimostrando di non voler partecipare alla canea anticomunista che anche ai tempi del suo scritto avvelenava il mondo politico italiano. Scrive ancora Pertini: “Gramsci era molto malato e il lungo soggiorno in carcere aggravò le sue condizioni di salute. Indubbiamente in libertà sarebbe riuscito a sopravvivere. Il pubblico ministero al tribunale speciale disse che per vent’anni quel cervello non avrebbe più dovuto funzionare e il fascismo lo fece tacere per sempre. E’ falso dire che Gramsci sarebbe morto ugualmente anche se fosse stato fuori, in libertà. Fuori avrebbe potuto essere curato. Il carcere logora anche fisici sani e stronca quelli deboli com’era il suo. Se fosse stato in Russia, come Togliatti, sarebbe stato curato e sarebbe vissuto. Non vi è dubbio, su questo”. Lo scritto di Pertini risponde a molte delle provocazioni veicolate da «Il Riformista». Il soggiorno di Gramsci in carcere non fu “breve”, come sostiene Mussolini, citato dal suddetto giornale, ma “lungo” e tutt’altro che piacevole, tanto che minò irrimediabilmente il fisico del fondatore del Partito comunista italiano. Esisteva una volontà deliberata del regime di uccidere Gramsci, come emerge dalle parole pronunciate dal pubblico ministero al processo davanti al Tribunale speciale e richiamate da Sandro Pertini, il quale aggiunge, ad ulteriore conferma: “Il fascismo lo fece tacere per sempre”. Infine, l’ex presidente della Repubblica afferma che Gramsci “se fosse stato in Russia […] sarebbe stato curato e sarebbe vissuto”. Dunque, Gramsci, dopo l’esperienza carceraria, inflittagli dal regime fascista, voleva andare in Russia, dove, secondo Pertini, sarebbe stato curato, non ucciso, come fece, invece, il regime fascista. La preziosa testimonianza di un grande socialista sgombra il campo da tante nefandezze divulgate a piene mani negli ultimi tempi. Ma i provocatori perseverano. Lo storico Piero Melograni, un tempo comunista, oggi liberale e berlusconiano, su «Libero» (31 agosto 2008) e «Il Sole 24 Ore» (14 e 28 settembre 2008), ipotizza che Gramsci si suicidò o fu fatto uccidere da Stalin, perché, decidendo che, una volta riacquistata la libertà, sarebbe tornato nella natia Sardegna, non nella Russia sovietica, aveva offeso il “fiero georgiano”. Ruggero Giacomini, storico coerentemente comunista, su «Il Calendario del Popolo» (anno 64°, n. 735), ricorda che è documentato che il padre fondatore del comunismo italiano voleva, invece, “tornare in Russia, e aveva fatto domanda per poter espatriare e ricongiungersi con la famiglia a Mosca. In via subordinata, nel caso gli venisse impedito l’espatrio richiesto, aveva preso in considerazione la Sardegna”. Ma Giacomini non si ferma qui. Chiama in causa l’unica testimone oculare delle ultime ore di Gramsci, appartenente alla famiglia: la cognata Tatiana. Quest’ultima riferisce, in una lunga lettera-resoconto, che il grande intellettuale, la sera del 25 aprile 1927, a cena mangiò, come al solito, “una minestrina in brodo, un po’ di frutta cotta ed un pezzetto di pan di Spagna”. Uscì per andare in bagno e qui fu colpito dal male, cadde a terra, e “fu riportato sopra una sedia portata da più persone. Aveva perduto il lato sinistro, completamente”. Tuttavia era ancora lucido, disse che si era “accasciato”, ma senza battere la testa, e si era trascinato fino alla porta per chiedere aiuto. Arrivò un medico della clinica, che, però, non praticò alcuna cura, anzi, contrariamente a quanto chiedeva Gramsci a gran voce, “non ha permesso alcuna iniezione eccitante…mentre Nino con molto impeto chiedeva l’iniezione, voleva un cordiale, anzi, diceva di fare la dose doppia”. Solo al mattino del 26 aprile, verso le 9, Gramsci poté essere visitato da un medico, il prof. Vittorio Puccinelli, il quale prescrisse “il ghiaccio in testa…un clistere di sale” e ordinò il “salasso”. Senonché i medici della clinica se la presero comoda, il dottore arrivò “per fargli il salasso solo dopo un’ora e più”. Nel frattempo Gramsci aveva “vomitato più volte” e ricominciato poi ancora con degli sforzi di vomito. Quando, finalmente, arrivò il medico per il salasso era ormai senza parola, con gli occhi chiusi, e il respiro molto affannoso. Il salasso apportò solo un sollievo momentaneo, ma, a distanza di 24 ore dall’attacco, tornarono a Gramsci gli sforzi di vomito, ed un respiro eccessivamente affannoso. Alle 4,10 del 27 aprile spirò. Poco dopo, arrivò anche il fratello Carlo. Tutt’intorno c’era “una folla di agenti e di funzionari del Ministero degli Interni”. Tatiana Schucht, dunque, ha documentato, in maniera inequivocabile, che Gramsci fu ucciso dal fascismo, dai ritardi vergognosi nell’apprestargli le cure necessarie dopo l’attacco che lo colse. Il regime compì l’ultimo atto criminale. E Gramsci non fu libero neanche un istante, prima della morte. Antonio Catalfamo
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