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AMBROGIO DONINI: “TRATTAMMO PER LIBERARE GRAMSCI” Stampa E-mail
mercoledģ 28 gennaio 2009
AnteprimaLa polemica di questi ultimi mesi sui dissidi tra Gramsci e Togliatti e sul presunto abbandono di Gramsci al suo destino nelle carceri fasciste è vecchia. Fu sollevata negli anni Ottanta del secolo scorso dal Psi craxiano in funzione anticomunista. Riproponiamo un’intervista rilasciata nel 1988 da Ambrogio Donini al quotidiano “Il Mattino”. Il dirigente comunista, scomparso nel 1991, testimonia che il governo sovietico trattò, attraverso il Vaticano, per la liberazione di Gramsci, ma Mussolini in persona si oppose decisamente.

ROMA. – “Sì, sono il solo sopravvissuto di quel gruppo dirigente del Pci che lavorò al Centro estero, a Parigi e a Mosca, negli anni che vanno dal 1931 al 1939, quando la guerra disperse i dirigenti del partito”. Ambrogio Donini, classe 1903, oggi è un “ragazzo” di 85 anni portati splendidamente, scrive Teresa Bartoli.

Conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sulla storia delle religioni, ambasciatore a Varsavia dal ’47 al ’48, senatore della Repubblica dal ’53 al ’58, è soprattutto un pezzo della storia del Pci. L’ultimo testimone diretto degli anni dell’esilio di quei pochi che non finirono nelle galere fasciste.

Donini continua i suoi studi e conduce una instancabile attività politica: dopo lo “strappo” di Berlinguer da Mosca ha fondato la rivista filosovietica “Interstampa” ed è nel Consiglio scientifico dell’Associazione culturale marxista di Armando Cossutta. Al “Mattino” racconta gli anni terribili di Stalin, parla di Togliatti e Gramsci con un occhio attento alla polemica esplosa tra Pci e Psi in questi giorni.

 – Professor Donini, quando conobbe Togliatti? 

“Alla fine del 1931, a Parigi, al Centro estero del Partito comunista ed ho lavorato con lui fino al ’34, quando andò a Mosca, per preparare il congresso del Comintern. A Mosca lo ritrovai un anno dopo e lavorammo ancora insieme. Era un uomo straordinario, un vero marxista come oggi non ne abbiamo più, un vero capo politico, un uomo di grande cultura. Certo, anche un uomo che va giudicato criticamente, un uomo che aveva anche dei difetti. Tra questi, e per me primario, quello di essersi circondato – parlo degli anni dopo la liberazione – di giovani intellettuali come Onofri, Caprara o Colletti che lo avrebbero abbandonato e tradito per ritrovarsi oggi, alcuni, tra i suoi accusatori”.

 – Conobbe anche Gramsci? 

“Sì, lo incontrai, ma una sola volta, nel ’25, a Roma. Venne all’università per tenere una riunione con gli studenti. Io ero alla laurea, lui sarebbe stato arrestato un anno dopo, alla promulgazione delle leggi eccezionali”.

 – Qual era il rapporto tra Togliatti e Gramsci? 

“Io non ho mai sentito una sola volta Togliatti tacere il fatto che il capo della classe operaia italiana fosse Antonio Gramsci, che la sua funzione fosse solo momentaneamente interrotta e che sarebbe ripresa non appena fosse stato liberato. Altro che gelosia o timore di essere sminuito nel confronto: Togliatti ci esortava a studiare i suoi scritti per consolidare gli insegnamenti che avevamo ricavato dai classici del marxismo”.

 – Il dissidio politico tra loro è però innegabile… 

“Il dissidio era reale, soprattutto sulla questione russa, ma Togliatti non criticò mai apertamente Gramsci per le sue posizioni. Ruggero Grieco, anche lui della direzione del partito, lo fece ma Togliatti, pur condividendo la critica alle posizioni da lui assunte, non prese mai l’iniziativa di combatterlo o attaccarlo”.

 – Lei è testimone diretto, anzi protagonista, dei tentativi di liberare Gramsci dal carcere… 

“Sì. Fui incaricato di prendere contatto col Vaticano e lo feci, da Parigi, tramite monsignor Rampolla: si era prospettata la possibilità di uno scambio fra tre prelati cattolici prigionieri a Mosca e Gramsci. Il Vaticano accettò la proposta ed incaricò monsignor Pizzardo, che più tardi sarebbe diventato cardinale, di recarsi al carcere di Turi per far firmare una lettera a Gramsci. Ma, arrivato a Turi, Pizzardo trovò ad attenderlo un fonogramma personale di Mussolini che ordinava al direttore del carcere di impedire ogni contatto tra il prigioniero e l’inviato del Vaticano. Un tentativo che fu fatto anche dall’ambasciatore sovietico a Roma che andò personalmente da Mussolini”.

 – Togliatti era stalinista? 

“Come allora lo eravamo tutti, in tutti i partiti comunisti dell’Europa occidentale”.

 – Lei si considera uno stalinista? 

“Non siamo mai stati stalinisti nel senso che oggi danno a questa parola i nostri accusatori.

Chi parla oggi non sa nulla di allora, di quegli anni di ferro e di fuoco, anni di scelte drammatiche e nette. Eravamo alla vigilia di una guerra che poteva tradursi nella sconfitta di quel che ancora restava di sano, positivo e democratico nel movimento internazionale operaio e non operaio.

Eravamo alla vigilia di un attacco che aveva l’obiettivo di far scomparire dalla faccia della terra l’Unione Sovietica. E noi prendemmo le difese dell’Urss e giustamente. Certo se allora invece di Stalin avesse vinto Bukharin la storia russa avrebbe preso una piega diversa ma forse, anzi molto probabilmente, l’Unione Sovietica sarebbe stata distrutta dagli invasori di Hitler. Avemmo fiducia in Stalin, difendemmo la possibilità per la Russia di armarsi e vincere, anche passando sopra aspetti tragici come quei processi mostruosi. Ma non fummo stalinisti se stalinismo vuol dire condividere le atrocità di quegli anni. I grandi processi, gli iniqui processi contro Danton e i Girondini non hanno alterato il senso storico della Rivoluzione francese. I processi di Mosca non hanno modificato quelle forze propulsive, che agiscono ancora oggi nel mondo, scaturite dalla Rivoluzione d’Ottobre. A testa alta possiamo dire che Togliatti non fu affatto un carnefice come ha osato affermare un cretino politico. La storia, quando sarà fatta da gente più preparata, si preoccuperà di distruggere menzogne utilizzate oggi da uomini senza principi e senza conoscenza storica per isolare il nostro partito”.
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