PARTIGIANI E COMUNISTI FERRARESI
luned 15 dicembre 2008
AnteprimaAntonio Piromalli, storico della Letteratura italiana e docente in diverse università italiane e straniere, morto nel 2003, ha voluto ricordare alcune figure di partigiani e di comunisti ferraresi: Emilio Scalambra (Italo), Otello Putinati, Renato Costetti, Rolanda Bovi, Mario Roffi. Riproponiamo due suoi scritti, poco conosciuti, perché questi compagni non vengano dimenticati.

Negli anni della mia permanenza a Ferrara, ho conosciuto personalmente personaggi dell’antifascismo e della lotta armata contro i repubblichini di Salò e i nazisti. Il primo personaggio è Emilio Scalambra (Italo) che proveniva da famiglia di ideali socialisti. Nel 1923 s’iscrisse al Partito Comunista e nel 1943 venne arrestato e fu liberato dopo il 25 luglio. Divenne organizzatore della resistenza armata nel modenese e, con il nome di “Gino”, fu il comandante della leggendaria divisione “Piacenza” che liberò Modena e fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. In seguito fu incaricato di riportare la legalità presso la questura di Ferrara e nel 1946 fu eletto segretario della Federazione del Partito Comunista. La sua esperienza d’uomo e di combattente è raccolta in “Scelta da fare” (Roma, Editori Riuniti 1983).

Scalambra era padrone di uno stile morale serio e riservato. Non gli ho mai sentito ricordare le proprie imprese ma quelle degli altri combattenti e per legare la lotta armata alle rivendicazioni sociali, alla difesa dalle razzie dei nazisti, alla protezione dei giovani renitenti alla chiamata alle armi. Nel volume ricordato Scalambra rievoca tutta la propria vita politica. Un suo incontro fondamentale fu quello con Otello Putinati che riorganizzava le fila del Partito Comunista. Ho avuto la grande fortuna di conoscerlo. Non ho mai conosciuto alcuno che amasse il Partito con l’intensità vitale del sentimento come accadeva in Putinati.

Renato Costetti fu emigrante per lavoro in Francia, Belgio, Germania. La prima volta dovette emigrare da Varese, nel 1921, perché perseguitato dai fascisti e da allora fu un continuo tentativo di sfuggire alle polizie europee. Nel 1936 fu tra i primi ad accorrere in Spagna dove partecipò a tutte le battaglie, fu internato in un campo di prigionia francese da dove riuscì a fuggire nel 1942 ed a raggiungere le forze di liberazione della Francia occupata a Tolosa. Partecipò alla lotta armata della Resistenza e comandò la IX Brigata Partigiana Spagnola. Alla fine della guerra fu mandato da Luigi Longo a Ferrara dove fu responsabile della Commissione quadri della Federazione Comunista dove morì nel 1967. Quest’umile operaio, eroe del socialismo europeo, mi disse che dovevo studiare la storia del movimento operaio per intendere che i sistemi di lotta devono essere adeguati alle situazioni. Costetti era severo e affettuoso, e il suo rigore proveniva dal desiderio di trasformare la realtà in favore degli sfruttati e dei discriminati. Fu per la storia di combattente e per la lungimiranza nel lavoro rispettato da senatori e deputati del partito; ma anche perché a chiunque poteva essere guida di correttezza morale e di stile comunista. Senza tale rigore non avrebbe potuto costruire nel territorio un’organizzazione culturale e tecnica di valore e di qualità. L’ho sempre ammirato e amato soprattutto perché riteneva giusto correggere i miei difetti.

Voglio ricordare, infine, Rolanda Bovi. Aveva venti anni quando nel 1948 partecipò alla lotta popolare in occasione dell’attentato a Togliatti. Rolanda rappresentava col suo profondo sdegno proletario la classe, la sua appartenenza al Partito. Di originalissima bellezza, partecipava alla vita popolare e alle lotte e le sue compagne la ricordano per l’impegno e le discussioni. Dopo avere lasciato Ferrara, ho incontrato una volta Rolanda, quando ero andato a Ferrara a dirigere un corso di aggiornamento e lei venne per incontrarmi perché nel luglio del 1948, quando si sparò in piazza e venne presa di mira dalla polizia, ero accanto a lei. Nel 1993 ritornai a Ferrara per esami di Stato. Rolanda era scomparsa, di lei restava vivissima la memoria. («Zeitung vum Lëtzebuerger Vollek», 24 novembre 1998) 

MARIO ROFFI, COMUNISTA 

Era un personaggio epico, pareva immortale; invece si è schiantato contro un albero intorno a Portomaggiore, vicino alle lagune di Comacchio, forse in una mattinata di nebbia che da quelle parti non manca mai; neanche l’undici marzo. Aveva 82 anni (solo quattro volte venti lui diceva), era alto due metri, rosso di capelli, di razza gallo-celtica, originario da Spilamberto nel modenese ma da sempre ferrarese. Ferdinando Flora, fratello di Francesco, mi parlava del carattere estroverso di Mario Roffi prigioniero degli inglesi in Etiopia dove vestiva un bianco lenzuolo e organizzava teatro. Lo conobbi nel dopoguerra a Ferrara, in una fortunata stagione della mia vita per gli incontri con reduci dall’antifascismo (dovrò un giorno scrivere del principe degli antifascisti, Agostino Buda), dalle patrie galere, con prigionieri nei campi polacchi o ospiti di S. M. Britannica, con combattenti di tutti i fronti. Fondammo a Ferrara il circolo “Gramsci” del quale tanti hanno parlato e sulla cui attività si è fatto perfino un convegno. Lo presiedeva Massimiliano Aloisi, lo inaugurò Luigi Russo. Roffi fu l’artefice.

Roffi fu la colonna delle attività culturali a Ferrara, amministratore culturale di circoli, teatri, operatore organico: lui montanaro celtico conosceva le più recondite golene e barene del Delta del Po, gli isolotti, viveva su barche e barconi, risaliva fiumi, pescava, preparava cene epiche: rivoltava frittate lanciandole in aria fino ai pioppi. Guidava i lavoratori a occupare terre incolte; occupò un isolotto quasi peninsulare, quando un capitano di polizia si preparava a comandare la carica Roffi tonante gli ordinò “Si metta sugli attenti del Senatore della Repubblica Roffi!”. Il capitano obbedì.

Abitava in via Ghiara (dalla ghiaia del Po che un tempo con un suo ramo passava per Ferrara), la sera passeggiavamo nella città medievale o in quella rinascimentale per ammirare palazzi, chiese, portali, archivolti in cotto, marmi, il giorno ci trovavamo al Partito. Roffi era il più versatile e rinascimentale dei colleghi e compagni. Sposò Valeria, una compagna. Fu deputato, senatore per diverse legislature. Francesista, traduttore di Racine, amava la lunga narrazione, i poemi epici, il teatro era per lui lungo racconto.

Roffi ha dedicato a me “ferrarese per parecchi anni giovanili e per studi” la sua traduzione di “Lucrezia Borgia” di Victor Hugo ma più di tutto mi piace ricordare un suo gustoso libretto “Tersuà lour sgnouri” (1982) in ricordo del padre innamorato dei grandi vini.

Ho invitato una volta Roffi a Roccella Jonica a un corso di aggiornamento; nella lezione interdisciplinare ha fatto entrare tutto della sua Emilia: “emiliano in toto – diceva di sé – vale a dire cittadino del mondo […] antifascista dall’età della ragione. (« La Voce del Popolo», 25 marzo – 8 aprile 1995) 

Antonio Piromalli

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