Si è svolto, sabato 6 dicembre 2008, nell’aula magna del liceo classico “Luigi Valli” di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), per iniziativa del Centro Studi “Nino Pino Balotta”, un convegno intitolato “Il fascismo: radici storiche e nuovo autoritarismo”.
Il pubblico è accorso numeroso, nonostante l’incontro si svolgesse in una roccaforte della destra, rappresentata non solo da Alleanza Nazionale (Barcellona P.G. è la città del sen. Domenico Nania), ma anche dal partito di Storace e da vari gruppi neofascisti. La scommessa degli organizzatori è stata vinta, anche da questo punto di vista. Insegnanti, studenti, vecchi militanti del Partito comunista e della sinistra storica si sono presentati all’appuntamento in gran numero per ascoltare le relazioni di qualificati docenti universitari, per saperne di più sul fascismo come fenomeno storicamente determinato, ma anche come realtà che si ripropone, in forme nuove, ma altrettanto pericolose, ai giorni nostri. Le aspettative non sono state deluse. Dopo la relazione introduttiva di Antonio Catalfamo (Università di Messina), direttore del centro Studi “Nino Pino Balotta”, Giuseppe Amata, ordinario di materie economiche all’Università di Catania, si è occupato di un tema estremamente attuale, “Crisi finanziaria internazionale ed autoritarismo governativo”, sottolineando come le crisi cicliche siano una caratteristica strutturale del capitalismo, ma come, nel contempo, quella attuale sia difficile da superare, per la sua doppia natura di crisi economica e crisi finanziaria, per la messa in discussione, da parte di nuovi soggetti internazionali (Cina, Russia), del primato americano, con il conseguente rischio di guerre intercapitalistiche. Federico Martino, ordinario di Storia del diritto italiano all’Università di Messina, ha evidenziato, nel suo intervento (“La crisi della Costituzione repubblicana”) come la Carta Costituzionale italiana sia stata svuotata progressivamente dei suoi contenuti democratici e degli elementi progressisti ch’essa conteneva. Pubblichiamo qui di seguito la relazione introduttiva di Antonio Catalfamo, dedicata a “Fascismo e nuovo fascismo in campo politico, scolastico e culturale”. Non solo noi, che possiamo essere considerati inguaribili “estremisti”. Ma anche ampi settori della società civile, dello stesso mondo cattolico, nonostante il comportamento collusivo delle alte gerarchie ecclesiastiche, della magistratura, del mondo giornalistico, avvertono il pericolo di un ritorno, in nuove forme, del fascismo. Cito, per tutti, Giorgio Bocca, il quale ha scritto, sulle colonne de «L’Espresso»: “Il revisionismo storico, la diffamazione della Resistenza a cui è stato difficile opporsi, il successo di nuovi populismi ingannevoli e ladri ci avvertono: nulla si ripete in modo identico nella storia umana. Un fascismo come quello littorio è impossibile, ma l’autoritarismo, le persuasioni occulte o retoriche o consumistiche, il lei non sa chi sono io, i milioni di gerarchi in pectore, e soprattutto il piacere di servire i più forti, sono di nuovo fra noi”. Dobbiamo purtroppo constatare che analoga consapevolezza dei rischi che sta correndo la democrazia italiana non è riscontrabile nel mondo politico. Tant’è che l’on. D’Alema, autorevole esponente del Partito Democratico, sostiene che nel nostro Paese vige una normale dialettica democratica. E l’on. Luciano Violante addirittura arriva ad affermare che Giorgio Almirante ha contribuito allo sviluppo compiuto della democrazia italiana nel dopoguerra. E’ strano che un ex magistrato non sappia che Almirante non solo fu gerarca fascista durante il ventennio, firmò i bandi per la fucilazione alla schiena dei partigiani e il vergognoso “Manifesto della razza”, ma continuò ad essere fascista nel dopoguerra e come tale subì diverse condanne, che, naturalmente, non scontò, perché protetto dall’immunità parlamentare. Fu segretario del MSI, partito neofascista, che ospitò nelle sue file generali golpisti, come Vito Miceli, e assassini, come Saccucci. Anche a sinistra del Partito Democratico la situazione non è idilliaca. Domina la frammentazione, soprattutto per volontà del Partito della Rifondazione Comunista, che si oppone alla nascita di un solo partito che riunisca tutti i comunisti. Il pericolo che si corre è quello della scomparsa di ogni presenza comunista nelle istituzioni, con grave danno per la democrazia e il pluralismo. Ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Non spetta a noi prospettare soluzioni. Riteniamo, però, doveroso un appello alle forze politiche, affinché abbiano maggiore consapevolezza della gravità della situazione e mettano da parte interessi di bottega. Vogliamo ricordare, con Gramsci, che i partiti non sono qualcosa di distinto o, addirittura, di contrapposto alla società civile. Essi devono rappresentare la parte migliore, più sana, della società. E’ difficile individuare le radici storiche, politiche e culturali di un fenomeno complesso come il fascismo, che non può essere ridotto agli atteggiamenti istrioneschi ed alla “follia” del suo padre fondatore, Benito Mussolini. Tali radici sono profondamente piantate nella storia d’Italia, tanto che Gobetti considerò l’esperienza fascista una sorta di “autobiografia della nazione” e Ferruccio Parri individuò un “filone reazionario” che attraversa, nei secoli, il nostro Paese, contrapponendosi, per fortuna, ad un “filone democratico”, che, per converso, ha avuto sbocco nella Resistenza e nella Costituzione repubblicana, che da essa nacque. Ho avuto modo di sottolineare, in saggi pubblicati su riviste accademiche, che qui richiamo, il ruolo che ebbero le riviste fiorentine del primo Novecento ed il futurismo nel dare basi culturali al fascismo, attingendo a quella vocazione reazionaria plurisecolare di cui dicevo. Oggi si propende per una rivalutazione del futurismo, de «La Voce» e di figure intellettuali come Marinetti e Prezzolini. Ma, a mio avviso, non si tiene conto, appunto, della complessità del fascismo, delle sue volute ambiguità, delle sue furbizie, del suo “camaleontismo”, del ruolo totalizzante ch’esso pretese di esercitare e che, di fatto, esercitò per lungo tempo, con qualche eccezione di valore, rappresentata da Gramsci e da Gobetti, imbrigliando le spinte culturali e i sentimenti contrapposti che si manifestavano nel Paese, fagocitando e centrifugando tutto, in funzione reazionaria, così come fanno sempre i regimi totalitari. Perciò esso si fece portavoce dei sentimenti conservatori della provincia italiana e, nel contempo, della spinta verso il “nuovo”, verso l’Europa, di certa borghesia amante del “progresso”, purché non mettesse in discussione le gerarchie sociali. Convissero culturalmente nel suo alveo “Strapaese”, il movimento fondato da Mino Maccari, che, come scrisse quest’ultimo sul «Selvaggio», intendeva “difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana”, e “Stracittà”, movimento sorto intorno a Massimo Bontempelli ed alla rivista «’900» con l’obiettivo di “sprovincializzare” la cultura italiana, di aprire il fascismo al “mondo moderno” ed alla cultura europea. “Strapaesani” e “stracittadini” non fecero altro che creare alibi alla fisionomia totalitaria e totalizzante del fascismo. Questa “ambivalenza” del regime ebbe molte altre concretizzazioni in ambito letterario. Antonio Beltramelli (1895-1930), scrittore romagnolo, diede libero sfogo al quietismo dei proprietari terrieri, rafforzando l’ideologia del buon tempo antico, della necessità di affidarsi all’Uno, all’Eletto, baluardo contro i mutamenti sociali. Alimentò i luoghi comuni del “romagnolismo” come mondo primitivo, incontaminato, grandioso. Ha scritto giustamente Antonio Piromalli: “Beltramelli esalta l’uomo forte difensore del tradizionalismo agrario contro i contadini socialisti nonché la vecchia Romagna di telai, madie, focolari, maceri di canapa, lande e paludi, “arzdore” (donne reggitrici di case)”. Filippo Tommaso Marinetti rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia: il velleitarismo di quella parte della borghesia italiana che lancia la sfida tecnologica all’Europa, sopravvalutando le potenzialità del Paese e facendo valere vecchi rancori, razzismo, nazionalismo becero, logiche guerrafondaie (la guerra come “unica igiene del mondo”), in un miscuglio di falsa modernità e primitivismo (misoginia, bestialità sessuale, “superomismo” d’accatto). Al fuso e all’arcolaio di Beltramelli si sostituisce la macchina, ma la logica reazionaria è la stessa. Il futurismo non fu, come potrebbe sembrare ad un’analisi affrettata, “antiborghese”, anzi nacque dall’insoddisfazione di certa borghesia nazionale. Si schierò contro il mondo “paleoborghese”, contro quella borghesia sonnacchiosa che per pigrizia rischiava di perdere il treno della rivoluzione tecnologica, rimanendo abbarbicata a vecchi valori. Rifiutò il passato in nome di un futuro tutto fondato sulla macchina, sulla velocità. Si propose come interprete del “completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche”, com’ebbe a scrivere Marinetti. Nell’Italia giolittiana (1903-1914), di fronte alla crescita economico-sociale, culturale e politica del proletariato, la borghesia, piccola e media, si sentì declassata, provò un forte senso di frustrazione. Ne scaturì una rivolta, soprattutto nei giovani, contro l’ “Italietta”, impersonata dalla politica di Giolitti, restia agli scossoni sociali ed alle scelte ardite in campo internazionale, tutta dedita allo sviluppo economico e al “progresso” del Paese. I giovani di destra credettero di impersonare i “veri italiani”, che contrapponevano al vecchio patriottismo un nuovo patriottismo combattente, animato da spirito di vendetta nei confronti delle nazioni “plutocratiche”, alla “pace sociale” la rivendicazione del primato dei valori autentici della borghesia in funzione antioperaia, alla piattezza del vecchio ceto borghese un vitalismo, che non era solo intraprendenza economica, ma anche mito della violenza. «La Voce» di Prezzolini realizzò la saldatura “ideologica” fra questi giovani di destra e altri giovani di sinistra, che provenivano dal massimalismo socialista e dalle file del sindacalismo anarchico. Fu il laboratorio in cui fu creata la miscela esplosiva che diede vita al fascismo. Alcuni elementi accomunavano l’inedito socialismo giovanile al movimento, anch’esso giovanile, che contemporaneamente nasceva e si consolidava a destra. Innanzitutto, la ribellione contro il “moderatismo” dei padri del socialismo italiano. In secondo luogo, il culto dell’ “azione per l’azione”, una “filosofia di vita” improntata al “vitalismo” alla Papini e alla Prezzolini, in opposizione alla “filosofia della morte” che sarebbe stata inculcata ai giovani dalla società borghese. E ancora: il culto della violenza (come unico strumento per ottenere una presunta “palingenesi sociale” a sinistra e come mito della guerra – “unica igiene del mondo”, nella versione futurista – a destra); la ricerca di soluzioni rapide; l’individualismo di matrice libertaria e utopista (versione aggiornata del “superomismo” nicciano); l’irrazionalismo e il misticismo, ereditato dal sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel; il disgusto per la mediocrità borghese e il rifiuto della morale tradizionale, anch’essa bollata come borghese (atteggiamenti questi di chiara impronta “nicciana”), che sfociava in un forte anticlericalismo (che fa da “pendant” a quello manifestato a destra da uomini come Prezzolini e che deriva anch’esso dal disprezzo “nicciano” per gli “uomini dal sangue di rana”); la forte aggressività verbale, che tradiva la sofferenza della piccola e media borghesia per un’avvertita emarginazione sociale. In conclusione, Prezzolini, attraverso la sua rivista, seppe diffondere nella gioventù quelle “tossine ideologiche” che favorirono l’ascesa del fascismo, che dell’ambiguità culturale, delle oscillazioni da destra a sinistra, fece uno dei propri cavalli di battaglia. Sul piano culturale, il regime fascista, nella sua volontà totalizzante, conciliò “strapaesanismo” ed “europeismo”, cattolicesimo e idealismo laico, futurismo e classicismo (uniti dal “pastiche” della “romanità”), con un’unica censura nei confronti della cultura marxista. Oggi si esalta la riforma della scuola varata da Giovanni Gentile, ma fu la “più fascista delle riforme”, come ebbe a definirla lo stesso Mussolini. Difatti, i suoi capisaldi furono: antipositivismo, esaltazione strumentale dello spirito risorgimentale e della statolatria, negazione del valore conoscitivo delle scienze, della democrazia, del socialismo. La riforma Gentile privilegiava la cultura umanistica, emarginando la cultura scientifica, relegava i figli del popolo nelle scuole di avviamento. Ancor oggi paghiamo i gravi danni prodotti da tale riforma. Se ai nostri giorni la cultura italiana, a partire da quella scolastica, è antiscientifica, lo dobbiamo a Giovanni Gentile. La cultura fascista è riuscita a creare un “moderatismo” di massa, una cultura popolare demagogica ed impastata di razzismo, nazionalismo, spirito guerrafondaio, che rappresentano una pericolosa eredità per i ceti medi italiani del nostro tempo. Il sistema scolastico fascista praticò il “segregazionismo”: gli ebrei furono espulsi dalla scuola pubblica, costretti a costituire loro scuole, che furono ottime, perché la maggior parte degli studenti, nel sostenere poi gli esami finali obbligatori nella scuola pubblica, ottennero, nonostante il razzismo imperante, ottimi voti. E se oggi si parla di “classi separate” per gli studenti stranieri, è sempre la pericolosa eredità fascista che riemerge. La storia romana, che veniva additata come esempio, nelle scuole e nel mondo culturale in generale, veniva spogliata della dimensione sociale e classista, rivalutata, invece, da Concetto Marchesi e dal nostro Santo Mazzarino. Sin dalle scuole elementari, veniva impartita una cultura razzista e guerresca. Si parla oggi di “revisione” dei testi scolastici, che dovrebbero proporre una visione della storia conforme a quella di chi governa. Anche questa idea ha radici lontane. Il 28 luglio 1928, il secondo governo Mussolini decise, su indicazione del Gran Consiglio del Fascismo, l’adozione di un “testo unico” per le scuole elementari, che diventerà operativa nel 1930, con il precipuo scopo di una più marcata “educazione” fascista dell’infanzia. L’incarico di redigere il primo testo per la quinta elementare fu affidato a Roberto Forges Davanzati, che intitolò la sua opera Il balilla Vittorio, con un atto di piaggeria nei confronti del duce, che aveva un figlio con questo nome augurale. Anche Davanzati era un socialista massimalista convertito al fascismo. Il libro inculcava ai bambini una cultura guerresca ed esaltava le imprese coloniali del regime. Leggiamo, solo a mo’ di esempio: “Nella Tripolitania e nella Cirenaica vaste terre sono rese fertili dall’opera dei nostri coloni, agricoltori e soldati, buoni alla vanga e, quando occorra, al moschetto. […] Eritrea e Somalia sono anch’esse assestate e fecondate da lavori di pace. Amare e vivere la vita nelle colonie nostre è amare l’Italia e tutti gli italiani che, esploratori, soldati, agricoltori, hanno dato la vita per le regioni dell’Africa divenute nostre”. L’analisi dei caratteri dell’autoritarismo attuale è oggetto di altre relazioni. Mi limito a una breve riflessione, che riguarda l’autoritarismo governativo, così come si sta manifestando nel mondo della scuola. Piero Calamandrei, in un discorso pronunciato al III Congresso in difesa della scuola pubblica, tenutosi a Roma, l’11 febbraio 1950, si domandava che cosa deve fare un partito al potere, il quale, rispettando formalmente la Costituzione, voglia violarla nella sostanza e dar vita ad una dittatura mascherata. Questo partito, scrive Calamandrei, “si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali”. E allora l’aspirante dittatore “comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. […] E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari […] si propone di dare dei premi […] a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. […] Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private”. Potrei continuare con la citazione, ma a questo punto credo che sia chiaro a tutti che la pagina di Calamandrei, che risale al lontano 1950, sembra scritta per la scuola berlusconiana di oggi. Antonio Catalfamo
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